Lusinghe


Nel cerchio del tempo
lusinghe di timida nebbia
sulla terra sbiadita.
Affogo tra lacci d’arguzia
ormai tu nuda nel letto
la stanza vuota, io spio
la tenerezza del tuo corpo
sale dentro il sapore
brucia la pelle
graffi con dita sottili.
Fiero il vento della carne
si fa gorgo audace
m’intrecci tra i fianchi
urlo la sete
la notte ha il colore
del tuo peccato.
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Ludovico Einaudi

Da tempo ascolto questo autore e nel suo suonare c’è una continua ricerca ed evoluzione. Può piacere o no la sua musica, ma non si può disconoscere la sua creatività artistica, la sua raffinata sobrietà di suono, note chiare, limpide. Una musica che è un viaggio intenso, essenziale, una musica di estrema intensità interiore, melanconico o tra onde di solitudine, è una ricerca continua dell’assoluto, un richiamo al silenzio mai banale e superficiale. In un mondo dove la musica è consumo a volte senza idee o peggio suono volgare, le sue note mi appaiono saldamente aggrappate a solide funi di una profonda etica musicale e intellettuale. L’utilizzo di pause, di silenzi, il quasi suo straziare le note, è una peculiarità del suo musicare, frutto di un percorso creativo profondo e solitario, individuale. Non credo si debba sempre fare confronti con altri pianisti, classificare ad ogni costo, ma capire quel che l’artista ci comunica nella sua completezza. Il mischiare suoni partendo da una consolidata base classica contaminandola con note di musica contemporanea, di sapore jazzistico e rock, porta ad una musica del divenire, mai scontata, dal tocco raffinato a volte perfino sofisticato.

Alcuni suoi album:
– Echoes
– Stanze
– Le Onde
– Divenire
– Nightbook

Sento il gusto della tua sete


Diradata  la nebbia,
vedo i monti all’imbrunire,
il cielo libero
ha gradini di seta.
Rinsecchiti,
gli arbusti si prestano
alla morte del gelo.
La terra mia dorme
già con orgoglio,
spogli gli alberi,
così  il tuo corpo
parla fino all’alba.
Nella stanza c’è poca luce
ti sono accanto, nascosto
tra le tue braccia, sento
il gusto della tua sete.
I tuoi occhi vivi
mi chiamano e io
annego nei tuoi fianchi.
Spogliati, di ogni pudore,
ci amiamo innocenti.

Solitudine di verità

Ti cercò ovunque, senza sosta, giorno e notte, correndo su scogli irti, tra sabbie calde di deserto, nella luce cieca e nel buio riottoso, senza demordere oltrepassò laghi profondi d’ipocrisia, risalì controcorrente fiumi impetuosi, non temette i gorghi maligni della vita, scavalcò nebbie di bugie improvvise, non fu sedotto da ricchezze prive di dignità, passò indenne tra stagni d’immoralità. Si aggrappò alle funi di un’etica intellettuale ormai dissueta, spesso nuotò tra onde di solitudine, la fatica non lo fermò, capì che la vita non concede spesso doni, portò con sé ferite inconsolabili, vagò senza rinunciare allo sperare in quel che credeva, finché il vento gli entro negli occhi e la prima ruga diventò un ampio solco di sorriso, la sua voce si addolcì, prese un flauto tra le mani, lo portò alle labbra, fu un’eco di gioia vitale. Ti riconobbe, eri tu la dea bionda tanto cercata, la verità tanto ansimata. L’uomo dal viso comune capì, ti aveva appena trovata e già tu fuggivi altrove, lui travolto dal mito di Sisifo, di nuovo ti ricercò.

Nebbie di lago

Seduto al tavolo di un “Cafè”, la mente estranea solca tra le ombre della luce di un lampione, nell’aria umida ricami dorati accendono la sera. Avido solfeggio il tempo con l’animo di un gentile rapace, sta dentro di me il destino, soffermandomi con lo sguardo sul ponte lì davanti, cercandoti, ancora ti aspetto.
Avrei voluto, liberarmi dai fardelli e in te cercare l’allegria, l’armonia dell’orizzonte, là dove cielo e terra divengono il sottile orlo del mondo.
Eccoti arrivare, con passo leggero e svelto, un abito che ti cinge, sobria eleganza, subito mi baci e ti siedi, già l’autunno è più dolce e il velo di nebbia sul tuo viso è già malizioso sorriso.
Parli, parli di noi, decisa, con piglio, stavolta la ragione è nuda, gesti morbidi, voce ferma, così mi regali un graffio al cuore. Agli angoli del tuo viso, due pieghe d’ombra, ti spieghi, parli di lui, di noi e poi ancora di lui, non so il perché, ti ascolto, conosco i filari del tuo spiegarsi, ma dentro mi hai già fatto a brandelli.
Tra le tue labbra schiuse vedo baci sciupati, i riflessi della tua ira, il tuo umore mutevole, vedo un gomitolo di litigi banali, lumi di passione, mi sento quasi geloso del tuo vivere con colore, delle tue tenere tempeste,
assaporo l’ultima goccia di caffè, ti prendo per mano e ci allontaniamo sul lungolago.
Hai due occhi vivi, due saette accese, parli del nostro lasciarci e ritrovarci, siamo due zolle appena arate in balia di rapaci.
Quando sei così ti lascio sfogare, ti seguo, sembro naufragare, ma nell’apogeo, dal mio gheriglio so come raccogliere i baci buttati, so come albeggiare, poche parole per spronarti dentro.
Conosco te, il tuo animo, i tuoi pensieri più intimi, le voglie del tuo corpo, le tue ire e le tue dolcezze. So come viverti, so stringerti, accarezzare le tue brame, camminare al tuo fianco, sentire i brividi e il sapore della tua terra, l’odore dell’amore che mi mozza il fiato.
So prenderti con dolcezza, quella dolcezza istintiva che hanno solo le persone che si vogliono bene, so guardarti anche quando non ci sei, sono attratto dal tuo agire, dal tuo intelletto, dalla maturità che manifesti.                      E’ il tempo del vivere insieme, sono le notti, le albe,
le lenzuola bianche consunte, il vedere i tuoi vestiti abbandonati sulla sedia la sera prima, che danno senso alla vita.
L’amore, ora so, ci invidia.

Quando la musica è ricerca di assoluto

Arturo Benedetti Michelangeli (1920-1995)
 
Suonava…
la musica era la sua vita, suonava non di tutto
e non di frequente in pubblico,
amava Mozart, Liszt, Chopin, Ravel e Debussy,
memorabile in Beethoven e Scarlatti.
Le note, limpide, pure,
vere saette di musica discese dall’Olimpo.
Il suo tocco riconoscibile, puro,
misterioso nella sua profondità e bellezza,
lo sentivi e ti mozzava il fiato in gola.
Attese, silenzi, carisma e poi una pioggia lieve
di note perfette, colori e sfumature cristalline,
interpretazioni tese sempre alla ricerca dell’assoluto.

Nel suo suonare nessun virtuosismo,
solo un raffinato stile essenziale,
era unico, atipico, inimitabile.
La sua musica
mi ha accompagnato e mi accompagna
nelle ore di essenziale e solitaria interiorità.
Un divo antidivo, una genialità piegata ai valori della musica

Brilla l’Espero

Zhang Ziyi

Solitaria è la gazza
sui rami stecchiti,
umida è l’aria
vuota la campagna.
Calmi i faggi
pure le querce,
tra le fatue ombre
vivono ancora le fate.

Timido è il lago
brulla la terra,
la luna fredda
sta salendo,
brilla l’Espero,
con il desiderio
in gola, tenero
ti rubo un bacio,
il tuo corpo
mi tenta, seduto
 sui gradini del cielo 
amo i tuoi occhi 
accesi.