L’aroma dei tuoi baci

Oggi, con terra

e acqua in pieno sole

risalendo il rustico

pendio della mente

rivedo occhi affamati

sugli orli della carne

tra corpi nudi e stanchi

fiuto  fianchi vivi

rubo l’allegria

della farfalla


Con l’aroma

dei tuoi baci

ancora in bocca

dimmi tra queste

segrete sponde

dove hai messo

i falò dell’amore

Perduto

riverbero

nei tuoi occhi

amarsi e non aversi

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Tralci di glicine

L’ora era tardi, il buio della notte trascinava oramai i bagliori d’alba, tutto era quieto sonno,

il lago avvolto in un manto nero ascoltava il sussurrare d’onde. In cielo una fiocca luce di luna giocava con i lampioni del lungolago.

Nel silenzio, lo scorrere del tempo, Ludovico camminava con passo svelto verso casa,

nella sua testa ancora il brusio di una festa tra amici appena lasciata.

Portava con sé il sapore del suo ultimo bacio, un bacio tremendo, sceso dentro fino a scuotergli le vene, scalfiva la mente, riaccendeva gli istinti.

Si era lasciato coinvolgere dall’abbraccio degli amici, si era divertito, poi era finito nel mezzo di una burrasca improvvisa,

Charlotte l’aveva esasperato con le sue pretese, con le sue domande di ostinata gelosia.

Era per strada, ma con sé aveva ancora l’odore della sua amata, l’eco delle sue furiose scenate. Sul selciato rimbombavano i suoi passi,

dentro con ira stracciava la stoffa della sua anima.

Stavolta aveva deciso, voleva lasciarla, una battaglia d’amore non ha vincitori, solo vinti nella loro fierezza o fragilità.

Un rapporto nato quasi un anno prima, un falò improvviso per rincorrere la voglia dei corpi, il dolce dei piaceri.

Presto tra cespugli di fuoco scivolarono i loro corpi, vissero sugli orli della carne, lui fiutò i fianchi, catturò i confini intimi,

come tralci contorti di glicine si intrecciarono anima e corpo. Lui l’amava così per i suoi sorrisi, per i suoi capelli al vento, per i suoi gesti,

l’amava senza inganni, senza promesse, liberamente viveva la sua carne e la sua pelle.

Spesso la prendeva tra le sue braccia, la stringeva a sé e capiva che così quel corpo si accendeva, Charlotte, la romantica, la ribelle,

l’audace e la timida, con le sue gelosie e le sue ripicche piano piano lo legava. Dentro senza ammetterlo, lui aveva gocce di paura,

paura di sentirsi stregato, spiazzato dalla dolcezza maliziosa dei suoi occhi, sapeva di abdicare dinanzi alla sensualità del suo corpo,

forse inconsciamente invidiava a lei la sua lucidità, la sua maturità nel vivere i sentimenti, la capacità di apprezzare gli affetti,

ogni istante del loro stare insieme. Una donna matura impegnativa che sapeva dare, ma che tanto pretendeva,

voleva un futuro, il presente non gli bastava.

Ludovico esitava, non aveva certezze, eterno “ Peter Pan”, non riusciva dare ordine al cielo dei suoi sentimenti,

cavalcava convinto ogni amore per finire disarcionato al primo ostacolo, incapace di dare orizzonte al proprio destino.

C’incontrammo

C’incontrammo, là dove il lago si spegne e riprende terra,

avevo il cuore travolto, trepidava d’inquietudine quasi fosse onda,

una leggera brezza spingeva la luna ad accendere il buio.

Corsi a te come verso l’aria pulita,

in una sera semplicemente bella quanto te,

farfugliai poche ingenue parole da labbra incontrollate.

I tuoi occhi vivi, subito, mi annegarono,

avevi due sottili pieghe di sorriso sul viso e i capelli pieni di luce.

Soffio di piuma profumato mi percotesti dentro,

avvinto stracciai la quiete e senza ragione fui da te.

Fata o angelo bianco, dolce e tenera assassina eri già nelle mie vene.

Con gli spiriti già intrecciati, ci attorcigliammo come glicine,

nudi nella bufera tra i rovi della mente

fosti l’alba casta, l’orizzonte puro tra le mie mani.

Ti baciai in silenzio,

che fatica aprire il cielo, donarti l’eco dolce dell’anima,

improvviso cadde il papavero d’orgoglio,

aprii me stesso disperso tra le spighe roventi dell’amore.

Uniti e abbracciati stemmo,

il silenzio fu pendolo del tempo e noi lì,

isolati da tutti, nel giardino del sentimento, così ti amai,

così mi amasti.

Ti afferrai per viverti, accantonammo anime e corpi,

liberi e ostinati ci bruciammo nei deliri del bello.

Naturale fu, senza tempo e ragione,

dolce fragilità la mia, eterea tenerezza la tua.

Cinsi i tuoi fianchi e lasciammo che l’amore schiumasse felicità.

Sentimmo l’alba, i freschi sbadigli del lago,

il sorbo rosso dalla chioma protettiva già ancheggiava al primo chiarore,

poi partimmo e ancora siamo in viaggio…

La tua pelle

La tua pelle

mi fece capire

bussasti

alla mia porta

mi portasti

fiori arsi

Annegasti

gocce d’acqua

nell’ardore

di labbra accese

La tua scollatura

mi spogliò

sui confini intimi

planai rapace

mi allungasti

la mano

nella pioggia violenta

Tu sei

una bella rosa

una rosa

traditrice

Le colline in abito da sera

Vorrei tanto che tu

mi abbracciassi qui,

dove l’acqua

graffia la terra,

tra vicoli stretti

colmi d’ombre,

tra piazze senza gente

piene di silenzio,

tra muri vecchi

vestiti di primavera,

tra piccole case svegliate

dal ronzio delle onde.

Vorrei tanto che tu

mi baciassi qui,

tra i riflessi d’acqua

che accecano le finestre,

tra luci di colline

in abito da sera,

tra zolle vergini

dalle labbra di terra.

Vorrei tanto che tu

sentissi la voce del lago,

ogni briciola d’amore

di questa terra,

per poterci adagiare

sul guanciale della notte

e vivere i sapori della vita.

Un giallo attraente

In questi giorni mi è capitato tra le mani un libro “ Il caso Neruda” che per contenuto e scrittura mi ha colpito, tra tanta letteratura inutile se non peggio, questo è un giallo anomalo, scritto con passione, a volte con ironia, ricco di colpi di scena, soprattutto ci parla dell’America Latina con i suoi drammi, la sua grande voglia di vita, un’umanità densa e profonda, è un poliziesco originale e brillante, mai banale.

Siamo in Cile nell’agosto 1973, poche settimane ancora di libertà e di democrazia, prima del colpo di stato di Pinochet, sostenuto e preparato dalla Cia.

Cayetano Brulé, giovane cubano di Miami, trasferitosi con la moglie a Valparaiso, incontra durante una festa Pablo Neruda, il poeta dell’amore e dell’impegno politico, ammalato e consapevole che non gli resta molto da vivere.

Invitato dal poeta in una delle sue case la Sebastiana, viene convinto ad una difficile missione, quella di trovare a Città del Messico un oncologo e per aiutarlo ad imparare il mestiere di detective, il poeta gli suggerisce di leggere alcuni libri di G. Simenon. Dopo varie peripezie, Brulé scopre che

il dottore Bracamonte è morto da anni e si mette sulle tracce della moglie, la bellissima Beatriz che Pablo ha conosciuto anni prima proprio in Messico. Attorno alla figura di questa donna tanto misteriosa quanto bella si svolge la trama di questa indagine.

Perché il poeta la cerca con tanta insistenza? Perchè sollecita Brulé a proseguire fino in fondo le sue indagini? Quale mistero sta dietro a tutto ciò?

In queste domande, nei mutamenti d’orizzonte con cui si sviluppa la ricerca di questa misteriosa donna, sta l’originalità, l’intreccio ricco di storia, amori e passioni politiche di questo libro.

L’autore Roberto Ampuero è nato a Valparaiso nel 1953, dopo aver vissuto e lavorato come giornalista in Germania, oggi vive negli Stati Uniti, tra i suoi numerosi romanzi ricordiamo “ Chi ha ucciso Cristian Kustermann? “ (Premio de Novela El Mercurio).