Terra nuda

Balthus

 

 

In notte buia

la terra nuda

cantò baci di luna

Nel gheriglio dei seni

acceso fu l’eco di carne

La voglia assassina

graffiò la pelle

impiccata  fu così

l’innocenza dei fianchi

Perseo tagliò le catene

Andromeda fu libera

L’urlo rubato dalle dita

tra le onde del ventre

morì nel fuoco di madreperla

Libere allora furono

le vene incatenate

 

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Perduti sensi

– Ancora qualche foto, poi tutto finito – dissi frettolosamente, quasi scusandomi, alzando il mio tono di voce. – D’accordo – rispose Carla ammiccando con il mento per accentuare l’affermazione. Ero entusiasta, tutto me stesso avevo buttato in quel pomeriggio. Da quasi tre ore fotografavo Carla, lei me lo aveva chiesto, io avevo fatto il possibile per accontentarla. Giocare con la luce e le penombre, variare le tonalità di grigio, ombreggiare i particolari, creare spontaneità, captare istanti ed emozioni in bianco e nero, mi ha sempre divertito e appagato.

Avevo fatto delle belle foto, ne ero più che sicuro, stanco, ma anche Carla mi sembrava esausta.

Ci conoscevamo da parecchio tempo, un’amica e nulla di più, era gentile e simpatica, sicura nel lavoro e nelle amicizie, a volte un po’ sfrontata. Vestiva in modo eccentrico, ma aveva un suo stile, soprattutto faceva impazzire, in genere gli uomini. La sua cordialità e solarità era spesso fraintesa e questo la alterava giustamente non poco, se devo essere sincero, la consideravo troppo lunatica, troppo vanitosa e soprattutto era la sua sicurezza ostentata che mi teneva lontano da qualsiasi tentativo di approfondire la nostra amicizia. Quel pomeriggio avevamo iniziato con qualche posa scontata e banale, poi stranamente era stata lei a imporre il suo feeling. Si era mossa come un felino davanti all’obiettivo, sembrava una morbida lince in agguato, in cerca di preda, occhi lucenti fissi, dominava la scena, audace, calcolata, istintiva, sensuale.

Sotto la luce, durante le pose diventava un’altra, mansueta, delicata come un petalo di viola e poi aspra come un mirto selvaggio, lacerante come le spine di un rovo. Il suo corpo, sembrava ardere di desiderio, bruciava dentro. Mutava repentinamente umore, espressione, come un aquilone in balia del primo vento, era davvero imprevedibile come donna. Le linee del suo corpo non erano perfette, ma spruzzavano sensualità, accidenti se comunicavano.

Le sue morbide curve, i fianchi larghi e bianchi, accentuati dalle penombre, un seno piccolo da apparire acerbo e i capezzoli pronunciati quasi in cerca di piacere, nel silenzio assoluto il suo corpo parlava, rime di poesia che penetravano nel mio cuore, nella mia anima. Un corpo liscio dalla pelle vellutata e chiara, reso ancora più disponibile dalla luce, un prato d’erba carnosa, recondito rifugio di pensieri e piaceri. I suoi movimenti soffici, elastici, felini, avevano un qualcosa di animalesco, di invitante, questo suo amoreggiare istintivo, naturale, provocatoriamente semplice, era inebriante, inarcava la schiena, faceva astutamente ondeggiare il suo ventre e lo sguardo sensuale come di chi ti vuole carpire, questa era  Carla, che io non conoscevo, ma  intuivo. Il suo ventre tenero e rotondo pulsava come una stella, emanava passioni indomite e accese. Per fortuna la mia destrezza nel maneggiare le luci, gli obiettivi, mi aveva aiutato a mascherare la mia eccitazione e il mio coinvolgimento.

Più tardi seduti al tavolo di un bistrò, mentre cenavamo e ci lasciavamo a qualche piccola confidenza, la mia mente vagava visionaria, in balia della sua sensualità. Cercava invano, sognava ancora quella Carla, sensuale e naturale, tenera e dolce, piena d’istinto, a me sconosciuta, ma improvvisamente rivelatasi in quel pomeriggio.

Dopo qualche settimana ero a Nizza, ospite per qualche giorno di una coppia di amici: Martina e Andrea, lì ritrovai Carla, che teneramente mi aveva fatto sognare.

Nizza è città moderna e antica con viottoli e stradine tipiche di tanta storia e di mare. Il sole, l’aria, sapori di mare, di terra, tutto è bizzarro, un piacere, un sogno antico. L’aria del mare giunge sulle onde e si frantuma in colori a filo d’acqua, penetra con la sua viva forza nell’anima delle persone. Le ammalia, le intriga, le trasforma, irrompe nella vita di ognuno, solleva impellenti desideri accendendo passioni, ti acceca e ti travolge. Furono giorni tranquilli, spensierati, una cordiale compagnia, una bella casa, dove riposare, con un grazioso angolino di verde rigoglioso per chiacchierare, stanze fresche e luminose al piano superiore.

Con Andrea e Martina ero molto legato, ci frequentavamo da anni, una coppia affiatata, collaudata, allegra e divertente. Spesso con Andrea, con cui avevo una stretta confidenza, si passeggiava, si andava a mare e ci si rifugiava in qualche piccolo bar a sorseggiare qualche buon cocktail.  Passò qualche giorno, su un tardo pomeriggio, quando la “Promenade des Anglais” brulicava ancora di persone, Andrea e io ci lasciammo, doveva sbrigare qualche faccenda privata, io ritornai a casa. Avevo bisogno di distendermi, salii le scale, quasi in cima, udii delle voci simili a lamenti, provenivano dalla porta socchiusa della stanza di Martina. Subito non diedi importanza, poi capii che erano lievi gemiti, puri sibili di piacere, mi fermai e guardai all’interno.

Martina e Carla, prese, eccitate nella penombra, si amavano liberamente, trasportate istintivamente dalla loro voglia intensa d’amore. Nel vedere le loro figure morbide, le loro movenze teneramente romantiche, attonito rimasi senza parole, riservatamente coinvolto da quell’amplesso così dolce, toccante, totalizzante. Carla completamente nuda, era distesa, aveva la testa adagiata su un cuscino a lato del divano. Il suo corpo inarcato, come invocasse piacere, le gambe lisce, snelle, ben fatte, leggermente divaricate, quasi pudicamente invitanti. Il viso rilassato, appena solcato da un accennato sorriso, emanava un opaco e tenero bagliore.

Il suo ventre, coperto solo da luce soffusa, era percorso da movenze sensuali, istintive, i bei fianchi, maturi, bianchi, invitavano ad essere posseduti, i suoi seni piccoli, leggeri, liberi, pieni di radiosità, coppe delicate di miele dalle punte dolci come bacche di rovo. Davanti a lei, in ginocchio sul tappeto c’era Martina, il suo sguardo come travolto da incantesimo, sul viso tracce di un’eccitazione intensa e profonda. Vitalità nuova, accesa, trascendente fluiva in loro. Con carezze, le sue mani percorrevano il corpo di Carla, come una danzatrice d’amore, un incedere ostinato, lento. Scendevano lungo la schiena e sui fianchi, a volte esitanti, poi decisi, sembrava disegnassero strane figure, archi di teneri brividi, semplici e gustosi giochi d’amore. I loro corpi si stringevano, docili l’un contro l’altro, intensamente allacciati, dispersi, presi  da un armonioso e stupendo ballo erotico, la loro pelle sensibile vibrava come corda di violino. Musica sublime di sensi perdutamente animati e innamorati. Due glicini delicatamente ansimanti che s’intrecciavano per mescolare profumo e colore.

Io stentavo a credere a quello che i miei occhi videro, fu un intenso e toccante tenero amplesso di due donne. Rimanevo lì fermo, senza respiro, incapace di scuotermi, coinvolto dal loro piacere, dal loro delicato donarsi, ero travalicato da così forte desiderio e da tanta poesia dei corpi.

Carla ora ansimava, era un crogiuolo vivo di teneri gemiti, avida di voglie reclamanti, stava come annegando. Il forte desiderio di sesso l’aveva addolcita dentro, travolta dal piacere senza ritegno, solo, puro e libero, tenero amore. Martina maliziosamente trovò il calore del suo piacere, le sue carezze si avventurarono là, dove l’estasi si duplicava, si esaltava, si percuoteva a tutto il corpo.

I fianchi palpitavano, la sua carne, come seta soffice svolazzante, bramava di passione. Il toccare amorevolmente con le dita portò a profondi quanto delicati brividi, poi un’ondata piena di piacere, maturo, completo. Leggevo nei loro occhi estasiati, appagati, un infinito, sconfinato, lasciarsi andare, travolte da un’intimità intensa, naturale e selvaggia. Per un attimo i due corpi sembrarono acquietarsi, ricomporsi, con calma si ritrassero come felini esausti e ammansiti. La tempesta lasciava spazio alla serena e appagante bonaccia, ma non tutto si placa, quando la fiamma della passione non è del tutto consumata. Martina lasciò cadere istintivamente maliziosi e avidi baci là dove i fianchi unendosi formano la dolce oasi d’amore, baci teneri, cadenzati, baci sensualmente eccitanti, come morbide sferzate scossero  nuovamente il corpo di Carla, ritornò a parlare, posseduto sussultava.

La sua voce si fece rauca, dolcissimi rantoli scaturivano dalla sua gola, come tanti pistilli dai petali di un fiore, suoni profondi, gravi, caldi  empivano il silenzio sacro e puro di quella stanza. Il suo corpo parlava con lunghi sospiri, flebili, ritmati, quasi modulati dalle voglie svelate del corpo, musica soave, assoli di appagante godimento. Oh! Divina lussuria, profondo naturale piacere, desiderio mai assopito, voglia aspra di possedere e appartenere, che accendi le menti e i corpi. Rovente ardere di delicate carni, passione accecante, non più emozioni o sensazioni, ma assoluto, totale bisogno di lasciarsi cadere nella voragine di papaveri rossi.

Quasi inebetito, preso da liriche irresistibili di dolcezza e bellezza, fui destato da un rumore di passi al piano terra, riparai subito in camera, la mia mente chiusa nel suo rigido pensare maschile, rifiutava di capire ciò che i miei occhi avevano appena visto, confuso mi chiedevo, pensavo.

Erano quei corpi imperfetti e presi che parlavano di dolcezza, quasi animalesca, sensibilità smisurata, a occupare la mia mente. La mattina seguente a colazione, Carla furbescamente mi sussurrò: – Che fai, adesso mi spii? – Risposi con tono: – No. Ero solo accecato dal desiderio.-  Lei maliziosamente volle avere l’ultima parola: – Sai i desideri non vanno rifiutati o traditi.-  Finalmente, capii, nonostante il mio stupido pensare maschile, che m’invitava nel suo maturo campo di grano dorato a cogliere i suoi fiordalisi.

 

SERGIO FIORENTINO

Sergio Fiorentino (1927 – 1998)

Sergio Fiorentino napoletano di nascita e di formazione,  fu grande pianista dotato di straordinaria facilità tecnica e musicale. Gli accordi arpeggiati, i raddoppi dei bassi erano peculiarità connaturali al suo stile. Di carattere schivo, fu artista capace di un suono pulito e fascinoso, di una poetica matura oggi disusata.

Insegnò per lungo tempo con dedizione e il suo suonare virtuoso, capace di deliziare il pubblico, fu innanzitutto rigoroso senza autocompiacimenti decorativi, di grande serietà e umiltà musicale.

Interpretò Bach, Busoni, Beethoven, Chopin, Scriabin , Schumann, Rachmaninov, Liszt, d’impareggiabile bravura la sua interpretazione del Concerto n 3 op 30 di Rachmaninov.

La sua poetica musicale sa donarmi e comunicarmi l’essenziale.

ADRIANA ZARRI

Adriana, teologa, scrittrice e giornalista scomoda ci ha lasciati. Donna di grande spessore  intellettuale e di profonde convinzioni religiose è stata testimone e artefice lungo la sua vita di battaglie memorabili per il rinnovamento della cultura e della società italiana, affermando valori religiosi autentici.

Ci lascia, come la ricorda il biblista Alberto Maggi: “una poetessa, orante, teologa, donna libera, eremita comunicante, critica, preveggente, viva”. Una donna oltre gli schemi, che ci lascia respirare l’infinito e una profonda libertà.

Da non credente non posso che ricordarla con affetto e profonda ammirazione per quello che ha fatto e ci ha lasciato in eredità.

La voglio ricordare con una sua frase che ritengo attualissima:

«Dio mi sta bene, e anche la patria e la famiglia; ma il trilogismo Dio-Patria-Famiglia non mi sta più bene. Dico no a quel dio usato come cemento nazionale, a quella patria spesso usata per distruggere altre patrie, a quella famiglia chiusa nel proprio egoismo di sangue. Non mi riconosco tra quei cittadini ligi e osservanti che vanno in chiesa senza fede, che esaltano la famiglia senza amore, che osannano alla patria senza senso civico».

Tra le sue fatiche di teologa e scrittrice:

– Impazienza di Adamo  1964

– Teologia del probabile  1967

– Erba della mia erba   1998

– Vita e morte senza miracoli di Celestino VI  2008

Sapore di lino e pelle

Jack Vettriano

Seduti al tavolo, in un angolo del ristorante, dalla vetrata si gustavano il lago e le colline, baciati da una residua tenue luce serale. La luna timida risaliva il cielo, Anna e Ludovico parlavano lentamente, lei con gesti raffinati dava forma e vita alle parole, i suoi occhi profondi, i suoi lineamenti delicati di donna elegante e sicura, aveva uno charme carico di sensualità ed erotismo, difficile resisterle.

Lui ascoltava, incrociava a volte il suo sguardo, in silenzio giocherellava con le dita sul bicchiere. Era in attesa, l’amava e gustava l’incedere del suo parlare. A un improvviso silenzio, lui le chiese se volesse altro vino, lei annuì, versò del vino dal profumo intenso, entrambi bevvero un piccolo sorso.

Lui vide alla mano di lei un anello, si fermò e irrigidendosi chiese – Chi ti ha regalato quest’anello? – La gelosia era latente, a fatica si tratteneva, lei donna matura, con tutto alle spalle, libera nella mente si lasciava avvincere da grandi passioni, lo guardò con dolcezza. Viveva intensamente la vita, i sentimenti accesi la scuotevano, amava essere amata. Lui con una mano le accarezzò la sua, poi ancora più ansioso chiese con tono nervoso – Voglio sapere, sapere tutto  – Lei sorrise e rispose – Sapere cosa ? – Ludovico oramai  spazientito tuonò – Tutto, voglio sapere tutto –

– Tu vuoi sapere, tu mi vuoi solo per te, mi togli ogni spazio, ma io non sono così, sono diversa da come mi vorresti. – Ludovico la guardò ancora una volta con occhi scuri, solo un breve silenzio tra i due, poi lei con dolcezza, ma decisa, disse : – Sono io, sono fatta così, – e aggiunse – Tu vedi spettri ovunque e non sai respirare l’aria leggera di chi ti sta accanto.-

Ludovico capì che non poteva insistere oltre, sapeva che Anna anche se in modo diverso lo amava. La sua mente lo portò a ricordare momenti accesi passati con lei, una donna di grandi passioni.

Aveva percorso il suo corpo con voglie accese annegando nell’istinto. Amava l’asprigno sapore della sua pelle e rapito spesso incespicò nelle sue forme, scivolò nei campi fioriti della sua intimità, la sua arsura d’amore fu coccolata da tenerezze di fiordalisi con i corpi attorcigliati come glicini in fiore.

Come dimenticare quegli attimi intensi passati insieme poche sere prima quando sdraiati sul letto tra il profumo di pulito, lui la guardò mentre si spogliava, piano piano si tolse i vestiti lasciandoli a terra, si sfilò le calze con le dita come granelli d’ardore, poi la sottoveste di seta, si volse verso di lui e slacciò l’ultimo intrigo d’amore. Attimi di fuoco sulla pelle attizzati dal correre di labbra vellutate che davano desiderio, un calore sottile rovesciò le vene, l’odore del piacere uccise i corpi. Bisbigli e sussurri poi un lieve tonfo di melagrana.

Lei al suo fianco si sentiva viva, apprezzata come donna e le sue paure divenivano certezze. Certo a volte fuggiva dalle sue insistenze, dalle sue esagerate pretese, dal suo affetto iperprotettivo. Era troppo geloso per comprendere la sua indole libera, la sua maturità di donna, lei non poteva appartenere a nessuno, nemmeno a Ludovico, viveva solo per la musica che amava prima di tutto e di tutti. Suonava il violoncello e per questo aveva sacrificato affetti e sentimenti, ma non le passioni, anzi proprio quelle come la musica erano le vive corde della sua vita.

Ludovico amava sentirla suonare, passava intere serate seduto senza dir parola, l’ascoltava, si compiaceva della sua sensibilità musicale, amava i suoi gesti, il ritmo sensuale delle sue dita; nell’ascoltare le note di Elgar, Dvorak, Faurè, Kodaly si trasformava.

Ogni volta era qualcosa di così intimo, di profondo, il sapere che Anna suonava in quelle sere solo per lui, lo riempiva d’orgoglio come uomo, sentiva scuotersi le vene, quasi un richiamo raffinato d’eros, vedeva  Anna danzare con le corde gravi dello strumento, il suo pizzicato penetrava, ammagliato dal suono e da quel suo corpo piegato alla musica, più di una volta non seppe resistere alle sue emozioni, allora prendeva Anna tra le braccia e la dondolava baciandola con passione, un gesto spontaneo che eccitava  i loro corpi, un incanto, un’elegia che Anna apprezzava nel profondo. In quei momenti, Ludovico capiva di poterla catturare con la punta delle dita come una farfalla e come una farfalla lei aveva bisogno intenso di volare, di aria leggera, di fiori dai colori vivi.

Spesso lui l’accusava e anche quella sera lo fece dicendole – Tu ami le note più di me  – Anna di nuovo sorrise, lasciò vivere un piccolo rossore d’imbarazzo sulle gote e rispose – Sei tu che a volte non sai volare con me, sprechi le mie note in riccioli di gelosia, ma l’amore è più semplice di quel che tu pensi – .

Presto  lasciati a terra maliziosamente i vestiti era la nuda fisicità ad imporsi. Sciolti i vigneti della ragione, caduto l’ultimo scampo di pudore al primo bacio carnale, un fuoco sottile lisciava i ventri totalmente attorcigliati, i graffi sulla pelle davano il ritmo del piacere, il dolce demone frustava l’anima scalza fino alla tenera liberazione.

La farfalla era felice, conosceva il sapore dell’osare e il suo battere d’ali si era fatto più intimo e audace. Ludovico, la invitò a fare due passi verso casa, sapendo che poi nella loro oasi di pace avrebbero ritrovato se stessi e come la musica riusciva a rapirli così la passione accendeva i loro istinti, bruciava la loro pelle assassinando i loro corpi. L’ultima mareggiata era passata e già le unghie segnavano i fianchi, presto la notte avrebbe avuto il sapore di lino e pelle.

Un tonfo di melagrana

Jack Vettriano

 

Cercai la tua bocca

lasciasti che le tue labbra

incontrassero le mie

lasciasti che i tuoi occhi

annegassero nei miei

Ti afferrai le mani

con il fuoco tra le dita

piano ti spogliasti

fino a che seta scivolò

Slacciasti l’ultimo

intrigo d’amore

un urlo nudo

graffiò la pelle

poi un tonfo lieve

di melagrana

Avrei voluto

solo un bacio

un casto bacio

Tu me lo donasti

io rimasi

senza respiro

PIER PAOLO PASOLINI

ALLA MIA NAZIONE

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico

ma nazione vivente, ma nazione europea:

e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,

governanti impiegati di agrari, prefetti codini,

avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,

funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,

una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!

Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci

pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,

tra case coloniali scrostate ormai come chiese.

Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,

proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.

E solo perché sei cattolica, non puoi pensare

che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.

Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

Pier Paolo Pasolini – 1959