Danzon n 2 di Arturo Marquez

 

Musica originale e coinvolgente, energica e virtuosa, piena di luce e di movimento, parla il corpo, la sua armonia, la sua gestualità, a volte melanconica e poi di nuovo struggente come un diavolo in corpo.

Come l’habanera, il “danzon” proviene dalla controdanza (origine inglese) contaminata da ritmi,  danza e sonorità africane, divenne a Cuba la danza dell’isola. Grazie all’influenza culturale e artistica venne presto esportata nello stato di Veracruz in Messico.

Il Danzon n 2 di Arturo Marquez scritto nel 1950, divenne in Messico così popolare da essere considerato un secondo inno nazionale.

Ascoltare questa musica eseguita dall’orchestra Simon Bolivar sotto la direzione di Gustavo Dudamel per capire l’insieme della sua bellezza.

Louis Ferdinand Cèline

Vedendo un breve video per sensibilizzare al diritto di curare la CCSVI   (  http://www.iovorrei.org/) ho ricordato un libretto che ho letto anni fa, una storia che ha molte anologie con questa lotta di civiltà  e di diritto alla salute.

 

Tutta la bravura, l’amore, la passione e l’originalità di Celine in questo breve scritto.

 

Nell’Ottocento, anche nella civile Vienna, molte donne incinte morivano a causa di una febbre di origine infettiva. I medici, che visitavano le donne allora, non ritenevano necessario lavarsi le mani dopo aver sezionato cadaveri. Ciò costituiva la causa, allora ignota, dell’infezione, che causava poi il decesso delle partorienti.

Dopo attente osservazioni, la causa venne identificata dal dottor Ignatz Semmelweis, passato in virtù di ciò alla storia della medicina come lo scienziato che, scoprendo l’origine della febbre puerperale, mise a punto la tecnica dell’asepsi, così importante per lo sviluppo della medicina e soprattutto della chirurgia contemporanee.

A differenza di quello che è logico pensare, questo benefattore dell’umanità fu fatto segno in vita di ostracismi, derisioni, diffidenze, persecuzioni, che lo portarono dapprima all’emarginazione dal mondo della medicina viennese, infine alla follia e alla morte precoce.

La sua storia è narrata, in questo bel libro appassionato, che costituisce la tesi di laurea in medicina di quello scrittore irregolare e ricco di talento che fu Celine. Un bel libro, un testo in cui la prosa si fonde meravigliosamente con la poesia, con il solo obiettivo, perfettamente raggiunto, di trasmettere al lettore le ansie e lo sconforto del protagonista. E’ la storia che ci mostra il pericolo di voler troppo bene agli uomini.

Goliarda Sapienza

Spesso leggo, ma volutamente sono restio a consigliare letture. Stavolta però è stato un immenso privilegio per me leggere ” L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza, ecco perché non posso fare a meno di invitare alla lettura di questo particolare e intenso romanzo.

Goliarda Sapienza nasce nel 1924 a Catania, a 16 anni la troviamo all’Accademia d’arte drammatica di Roma. Si dedicherà a figure del teatro pirandelliano, poi lavorerà con registi come L. Visconti, A. Blasetti, F. Maselli. Infine abbandonerà le scene per dedicarsi interamente alla letteratura. Negli ultimi anni della sua vita sarà docente presso il centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Morirà in circostanze misteriose a Gaeta nel 1996.

I suoi lavori più importanti:

– Il filo di mezzogiorno

– Le certezze del dubbio

– Dentro coatto

– L’università di Rebibbia

– L’arte della gioia

Il romanzo ” L’arte della gioia” è la sua opera più importante, nelle pagine ci sono idee che rompono schemi consolidati, concetti di vita reale che toccano nel profondo l’individuo, che demoliscono consuetudini sociali, sessuali, religiose; è un continuo stimolo alla vita, ”alla gioia di vivere”, un vivere indipendente, libero da pregiudizi e giudizi, una gioia matura, intima che scuote la vita nel suo trascorrere tra tragedie, drammi, sogni e felicità. E’ la storia di una coscienza matura (e di un corpo), è la storia di Modesta, donna libera che con coerenza vive mille possibili varianti della vita, che attraversa il Novecento secolo di tragedie orribili ma anche d’ingegno altissimo. Una donna troppo avanti, troppo in anticipo, troppo indipendente e lucida nei giudizi per essere compresa appieno e accettata.

Goliarda non vedrà mai l’uscita del suo romanzo, molti editori rifiutarono quel suo manoscritto a cui aveva dedicato se stessa. I temi troppo scottanti, da lei toccati con delicatezza, coerenza e grande intellettualità, erano poco appetibili per una editoria perbenista e genuflessa all’ipocrisia. Solo dopo la sua morte, suo marito Angelo Maria Pellegrino riuscirà a farlo stampare da Stampa alternativa. Bisognerà aspettare fino al 2005 per far si che il suo libro possa uscire dall’ombra con la sua pubblicazione in Germania e in Francia. In questo paese diventerà un vero e proprio caso letterario, di riflesso questo permetterà anche agli italiani di leggere e conoscere l’opera di Goliarda fino allora quasi dimenticata.

Ascoltando Rachmaninov e ….

 

….Rachmaninov – Rhapsody on a theme of Paganini 18th variation

 

Che lungo cammino, decenni per viaggiare tra colli e valli puntando l’orizzonte.

Ascoltare, suoni gravi e acuti, grida e sussurri trattenendo il fiato per un’infinità di cose.

Lontano udire l’amabile musica, rapsodia di Rachmaninov e le sue variazioni,  fermarsi sulla 18° e ascoltare, ancora ascoltare, senza sforzo il ritmo, il colore del timbro, le sonorità profonde, i vuoti improvvisi, sentire che il tutto penetra e scuote l’animo.

Nascondere il vento del malumore e carpire il sorriso del sole, sognare l’aria del lago aperto, mangiare il silenzio dei monti tra il vociare inutile e scomposto di tanti, guardare il cielo di notte e rubare le stelle con il bisogno negli occhi, pensare che l’amore avrebbe sistemato ogni cosa.

Capire con stupore che frammenti di verità erano nelle parole afone dei sordomuti

e che le schegge dei loro muti silenzi erano doni meravigliosi.

Inseguire le sillabe scomposte con il ritmo del dubbio che lacera il dentro, sapendo comunque che proprio il dubbio è la forza della vita in cerca di verità.

Accecato come Polifemo nella caverna buia della vita, afferrare che non è con l’apparenza che si colma il vuoto.

La vita e il suo assurdo bisogno di viverla.

Ho visto

Ho visto

un leggero raggio di luce

toccare il lago

giocare con l’acqua

saettare sul fondo

Ho visto

una vecchia barca

in balia delle onde

galleggiare sotto il cielo

annegando emozioni

Ho visto

lenzuola di terra umida

alberi allineati nella nebbia

impietriti e tu incerta

cuore opaco come il cielo

in cerca di sole

Ho visto

tutto questo e m’affido

alla dolcezza di labbra mute

per dirti ciò

che penso

ma non so  ancora dirti

Certe sere

Balthus – Alice allo specchio

 

 

In certe sere quando

vagabonda è l’irrequieta attesa

io, io ti vorrei

sola e vicina

ti guarderei con gli occhi

calmi del tramonto

come fossi il tuo lago

di quiete e passione

Vorrei appoggiare

il mio viso

sul tuo piccolo seno

ascoltare la tua tenerezza

parlare con il rosso

delle tue labbra

giocare con il profondo

dei tuoi occhi

Dopo una notte intera

cogliere la luce d’alba

del nostro amore