Camminare tra sassi

Edward Hopper ( 1882 – 1967 )

 

Ti ho cercata, ti ho trovata nel crepuscolo d’alba, mentre giocavi con i petali dei tuoi dinieghi.

Nulla è cambiato, sei vivo argento nella testa e paura nelle mani.

Sei donna fragile e altera, matura e decisa, ma è il tuo sorriso sottile e abbozzato che mi torce.

Nell’oceano dei tuoi occhi vedo battaglie perse, nulla però ti ha vinto, la cesellata fierezza è il tuo strano fascino,

quasi un glicine intrecciato, fiero nelle avversità, delicato nella fioritura.

Ho bruciato angoli di me stesso, vicino a te, nella maestà dei falò innocenti

ho cercato ristoro di quiete per saziare l’arsura.

Quanti infiniti richiami, brame lacerate, tracce tortuose hanno soffocato la mia coscienza,

in cerca di un approdo nomade fino a trovare la schiuma della tua pelle.

Quante volte mi hai fatto mordere rami spogli e foglie secche sul viale della vita,

poi con stupore appartato mi hai lasciato coriandoli d’amore sulla finestra del cuore.

Passi incerti, bisbigli smussati, divenuti germogli che urlavi con la tua voce.

Nodi e gomitoli d’incomprensioni sciolti, arbusti d’orgoglio divelti,

così con l’animo sfilacciato a ricomporre scaglie di me stesso,

camminare tra sassi in valli impervi, fino a trovare l’orizzonte

e capire che l’amore non è possesso.

 

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L’acqua minuta

Jack Vettriano

 

L’acqua minuta,

l’onda tesa, gelsi spogli

e muti, angolo di lago

sciacquo l’esistenza.

Assorto silenzio

labbra di sete, sfoglia

l’aria il dentro.

Ti sciogli i capelli,

caparbio bevo il corpo,

carne innocente, bussa

la voce del tuo ventre.

Timido vivo l’amore

occhi tra le braccia,

inghiottito, ma

non mi pento.

 

Clandestino

 

L’abisso muto negli occhi

l’inquietudine nel cuore

scappasti da fame e indigenza

Ahimè solo annegasti nel deserto

d’indifferenza tra dune d’odio

Quanti muri ha la storia

quanti recinti senza orizzonte

quanti pregiudizi sfilacciano la mente

Liberi gli uccelli non hanno barriere

Volti amati perduti taciuti rinnegati

finiti nel gheriglio del dolore

Affetti recisi dignità squarciate

caparbia la voce minuta urlò

seppur tradita saccheggiata

dall’egoismo altrui

Un lampo squarciò la notte

cominciò albeggiare.

 

ALISON BALSOM

Alison Louise Balsom è un’artista di musica classica nata a Hertfordshire in Inghilterra, ha 32 anni e suona la tromba.

Una novità in un mondo tradizionalmente dominato dagli uomini. E stata premiata di recente  come migliore solista dell’anno.

La critica specializzata ha espresso giudizi lusinghieri sul suo suono morbido, dall’intonazione precisa e fatto di incredibili sfumature di fraseggio.

Un suono meraviglioso, caldo, che riesce a estrarre da uno strumento solitamente poco duttile.

Nel suo repertorio e discografia :

Bach works for trumpet

Haydn, Hummel Trumpet concertos

The Fam’d Italian Masters

Infine per chi volesse iniziare ad ascoltare le sue perfomance su You Tube ci sono sue esecuzioni recenti.

 

Mi chiedo

Jack Vettriano

Mi chiedo che ci facciamo ancora qui, mentre ci diciamo e tacciamo i nostri affetti, voglie e brame come lame affilate, ci stuzzichiamo seduti con la fame sull’orlo del letto, c’è un groviglio dentro che stringe e penetra. Ci rinfacciamo e ci perdoniamo, siamo ancora qui come l’ultima volta senza un perché o meglio il perché entrambi lo abbiamo, ma lo celiamo.

Tu parli, io seguo la tua voce, ho il vento nelle vene, sei qui e io sto bene, quando non ci sei t’invento. Sei un soffio sottile, una brina che scioglie, spore di tormento che cerco di obliare.

D’improvviso una folla confusa nella mente, sbadigli di pensieri vuoti, così mastico il nulla del tempo. Ansie come sassi rigano la pelle, solo rizomi nomadi s’inerpicano nel silenzio. Inquieto ti ascolto e ti aspetto. Tu sei l’eco della mia vita, i tuoi gesti, i tuoi occhi sono l’aroma del mio istinto, sei mandorla e gelsomino, sei carne come germoglio a primavera.

Ti fai più vicina, sfioro con le dita il tuo viso, vedo un urlo nei tuoi occhi, tu melagrana matura  io alveare stordito.

Apro la mano e seguo la linea del tuo collo, scivolo delicato sul profilo, arrivo ai tuoi capelli, ti stringo a me e affogo nel lago dolce delle tue labbra.

Assurda questa notte. Lasciata la gonna ai piedi del letto, t’inventi capricci e tenerezze e io lì a seguirti, a capirti. L’amore, il desiderio, la passione, l’ossessione, tutto brucia dentro.

Si mischiano i respiri e i baci, poi le promesse e i sentimenti.  Con la dolce polpa erotica tra i denti spuma l’intreccio dei corpi, ti cerco, ti afferro, ti vivo, ci lasciamo andare, ci assottigliamo nell’intensità dell’abbandono fino a soffocare l’ultimo raffinato petalo del piacere.

Stanchi e bruciati, con l’odore agrodolce sul cuscino, già penso all’alba,  quando te ne andrai e io come altre volte aspetterò l’eco del ritorno.

 

Un libro di raffinata bellezza

Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar (1903 – 1987)

 

Posso dire con piacere che questo libro mi ha accompagnato per tutta la vita. Letto a vent’anni, riletto attorno ai trentacinque, ancora di recente mi ha lasciato una forte impressione per la sua minuziosa ricerca di un accordo, di un valido nesso tra felicità e logica , tra intelligenza e fato.


“Piccola anima smarrita e soave, compagna e ospite del corpo, ora t’appresti a scendere in luoghi incolori, ardui e spogli, ove non avrai più gli svaghi consueti. Un istante ancora, guardiamo insieme le rive familiari, le cose che certamente non vedremo mai più… Cerchiamo d’entrare nella morte a occhi aperti “.

Con questi versi scritti realmente dall’Imperatore Adriano poco tempo prima della sua morte si chiude questo bellissimo romanzo.

Adriano, uomo di grande cultura, amante del bello, dell’arte, della filosofia, curioso viaggiatore (trascorse gran parte del suo regno visitando tutte le provincie dell’Impero), grandissimo organizzatore della vita pubblica, uomo d’armi, ma votato alla mediazione, alla pacificazione dei territori, è raccontato dall’autrice partendo dalla sua vecchiaia: giunto alla veneranda età di 62 anni sente avvicinarsi la morte e decide di scrivere una lunga lettera al suo giovane pupillo Marco Aurelio. La lettera è un poema d’amore alla vita, evoca ed esalta il vigore della giovinezza, ridà luce al ricordo dei viaggi e delle conquiste di un uomo assetato di conoscenza e “costretto” al comando. Racconta il suo amore per il giovane Antinoo, che torna ad illuminare la sua esistenza con una singolare, nuova passione; e poi ancora la disperazione per il suicidio dell’amato (dopo la cui morte Adriano farà assurgere a divinità), a causa del quale dichiarerà di sentirsi un sopravvissuto per il quale ogni cosa ha un volto deforme. Ma il senso del dovere e dello Stato riusciranno ad avere il sopravvento sulle sue passioni e sulle sue sofferenze, poichè sempre ed ancora – dichiara – di sentirsi “responsabile della bellezza del mondo.

Nel complesso un romanzo di grande finezza intellettuale, ricco di spunti filosofici e dominato da un linguaggio erudito, sicuramente un testo impegnativo da affrontare, consigliato maggiormente ai cultori della letteratura romana e greca, che apprezzino un elaborato supporto introspettivo del personaggio al nozionismo storiografico.

La Yourcenar ha scritto un affresco storico, vivo e al tempo stesso struggente, della romanità al vertice della sua potenza, che diventa storia interiore e personale di un solo uomo, il primo uomo dell’Impero. Un libro da leggere e rileggere….

 

LASSU’ ( Ortles- Gran Zebrù)

Lassù conosco il silenzio, il suo contorno, il suo profondo e assoluto senso, la sua voce bianca e muta.

Lassù vivo l’intensità della solitudine, il suo sottile celarsi tra gli abissi di seracchi e crepacci, ascolto il suo rincorrersi tra guglie e pinnacoli, amo questi ricami eleganti di bellezza selvaggia.

Vedo nuvole stanche posarsi sui fianchi delle pareti rocciose poi improvvisamente la montagna si fa nube e la nube montagna.

Il vento gelido ti lascia parole afone sul viso, la fatica dell’ascesa svapora e il bianco dell’aria, ti stringe a sé come in un mantello di lieve follia, il soffio freddo ricalca le rughe delle mani, la nube  vicina ti tocca, ti avvolge, ti annega, è la fame, la sete è il sentire l’ebbrezza dentro.

Lì dove aria e ghiaccio, cielo e terra si confondono, sogni la libertà dei rapaci, il loro sbatter d’ali, la gioia degli aquiloni, il loro librarsi in cielo aperto, sogni il loro limpido e genuino privilegio, il loro distacco dalla meschina quotidianità del mondo.