Quel glicine

 

Nizza mi attrai,

hai il profumo del mondo

e occhi allegri di mare.

Amante malandrina

lascia quel vento

rapace tra le dita.

Terra accesa

d’intimo occaso.

Quel glicine, poi,

lì all’entrata del porto

mi storpia dentro

come Fedra

i suoi tormenti.

 

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Nell’aria frivola

Nell’aria frivola

tra pensieri d’ovatta

quanta grandine d’ira.

Gracido è il cantare

di pernici tra stoppie

di solitudine, diffidente

m’aggrappo all’altalena

dell’amena eco muta.

La calma campagna

t’assomiglia, m’aggroviglia,

stesso biancore sciolto

al primo bacio carnale

come sale al sole

mitigo sensi acuiti.

Ostinata mia,

marzo è il tuo mese,

tra gemme rabbrividite

c’è il tuo rifiorire

La dea Notte

La Nuit 1883

W.A.Bouguerau (1825-1905)

Notte amica

dalle ali caligine

nera madre

di Etere e Emera

sfinita dal buio

l’alba t’uccide

La foga del lago

ha fiotti aguzzi

guercio il vedere

la terra aperta

sussulta all’erpice

Sei venuta qui

ma non ti fermi

Aggrappato alla falesia

di  Apate precario

avrei voluto tutto

un bacio rubato

a labbra socchiuse

mi è bastato.

Questo Paese

1861 – 2011

In ritaglio di tempo, seduto alla finestra  guardo il mio lago, intimo e più che amico, seguo i suoi riflessi, tenue schegge di luce pigra. Nuvole gonfie come cicatrici solcano il cielo. L’orizzonte è afono e sbiadito, perfino le colline oltre l’acqua sono in cerca di un’eco di luce.

Rigiro i miei pensieri tra le dita, cerco filari essenziali nella mente, vorrei vendemmiare grappoli di utopie, riprendere voce, ritrovare ali e slancio, seguire l’odore della terra appena sarchiata.

L’arido cielo di oggi, svuota i colori, taglia la giovinezza, sfuma le prospettive, lo scrigno delle promesse ha solo deserto, l’oasi della ragione è smarrita. Crono mangia i suoi figli per perpetuare il suo imperare.

Cerco, domando, ma quali risposte ho? Confuse ombre, scellerate certezze, così solide da essere veri ostacoli al mutamento.

Parole nude, vuote alla radice. La smania di fare, il fiato corto di promesse fasulle, l’acre gusto di arrivare a tutti costi, strozzano ogni respiro profondo e libero diverso dall’ipocrisia diffusa.

Questo paese, è chiuso in un orologio senza ore, vaga come vela senza timone, vuole vivere ma è disciolto, l’ignoranza ostentata crocifigge la conoscenza e la cultura, i “senza valori” pubblicizzati come esempi di vita, tra dogmi e pregiudizi costruisce il suo calvario. Ostracismi, intrighi, meschinità, settarismi, è un divenire disumano.

Io pirata senza ormeggi, rincorro ciurma disubbidiente per trovare tra l’uno e il due quel tesoro infinito ricco d’umanità. La nostra storia è piena di qualità, ma la stiamo scemando.

 

Ti cercai

Ti cercai, ostinato ti cercai, dove non c’eri, finché il buio pesò sulla stanca fatica del giorno. La sera crudele fermò l’agire, chiuse le vene, un vento acerbo tagliò i pensieri, prese paura il sorriso nascondendosi tra le labbra di una smorfia, tu capisti che sull’aia della mente già accesa era la brace.

Più tardi negandoti sapevi come spumare le voglie e le attese altrui, maliziosa rallentavi il ritmo dell’animo, conoscevi l’impeto del fiume in piena, avvolgevi con il mantello del ritardo l’audace bramosia, mentre montava l’onda del desiderio sotto l’urlare del tempo.

Come la dea greca mi dicesti “ più tardi”, un dopo per accrescere la nebbia della gelosia, avresti voluto che mi accecassi e che come Efesto mi buttassi nel dirupo d’ira. Io sapevo che il tuo prediletto era un altro, amavi Ares anche se irruento e violento. Avresti voluto che mi perdessi tra i vortici della vendetta, disperandomi nella cecità come ogni ingenuo innocente.

Ma ragione non mi mancò, la mente pur premuta lucida fu.

Immobili furono le mani, saldo il cuore e il mio composto e muto silenzio ti fu crudele. Capisti che la notte cattura emozioni e che il fischio del vento tra i rami del desiderio può divenire sordo rumore. Non sempre le promesse di un corpo possono indebolire le ginocchia, i veli leggeri essere lacci d’amore.

Ora tu sai che sono io a stringere i tuoi polsi, hai il sapore d’uomo dentro e il bocciolo di diavolo ora è germoglio di primavera. Mi piaci così, un po’ Andromeda, un po’ Salomè, è il sapore profano dei tuoi baci che portano tempesta. Lascia che Poseidone ti naufraghi la coscienza, annegata l’ultima zattera di pudore, mi piace vedere il tuo sorriso impiccato dalle voglie. Ora ti conosco, hai occhi sgualciti e tra le rughe del tuo viso zoppica l’anima recisa da tanta tenerezza.

Sciolti i sensi

Jack Vettriano

Tu con la voglia in corpo di lasciarti dietro storie oramai finite, io con la brama accresciuta dai tuoi continui dinieghi, così decidemmo d’incontrarci. Pochi passi e ti avrei rivista. Camminavo tra la gente con l’attesa nel cuore, il buio già litigava con i fari accesi, un vento acerbo dentro mi stringeva, desiderio e dubbi si urtavano tra loro.

Ci ritrovammo a due passi dal metrò, ti vidi e la ragione abdicò, ti abbracciai, i tuoi occhi sorrisero, un bacio delicato ti sfuggì sulle mie labbra, un vortice di voglie mi scosse, immobili le mani e la mente. Avrei voluto abbracciarti, stringerti a me, mi trattenni e con voce incerta iniziai a parlare, non ricordo ciò che dissi, so che ci dirigemmo verso casa tua.  Due isolati, entrammo in un atrio, salimmo le scale, eravamo nel tuo angolo, non conoscevo l’ambiente, ma era curato, accogliente, ben arredato, non parlammo a lungo, un po’ di musica e già eravamo pronti a buttarci dal dirupo.  Entrambi sapevamo che il corpo avvince l’anima, inciampammo senza scampo nel falò delle passioni, senza trattenerci, senza pudore, presto i vestiti a terra, avvinghiati dall’ossessa follia. Nuotammo tra carezze e baci nell’oceano dei corpi.

Le vene cantarono, l’odore della tua pelle solfeggiò i sensi, il silenzio prese fuoco, nudi tra spine bevemmo gli istinti più audaci, frugai tra i riccioli irrequieti cercando la purezza disciolta. Il respiro zirlò fiordalisi, la sete dei corpi strozzò l’inconscio, fosti acqua e fuoco.

Io in subbuglio dentro, attorcigliato nell’impeto fragile mi arresi all’abisso, lasciasti che il corpo si torcesse, fui vinto dal sapore di melagrana, l’ultima spiga avvinta varcò l’uscio.

Ubriachi d’amore, le mani graffiarono l’aria libera, le unghie segnarono i fianchi, sapido fu il piacere. Nel tremore asprigno delle carni, udimmo il pigolio di dolcezza, arresi come il sale al sole, tra lenzuola sdrucite gorgheggiò l’alba, i corpi sciolti ritrovarono la quiete.