Mia giovane terra

Fresca è l’aria, quieta l’ora del mattino, noi due soli a camminare con la cadenza delle onde capricciose del lago.

Tenendoti per mano ho sensazioni leggere, indicibili come la purezza del nostro amore audace.

Te lo leggo negli occhi l’oceano di silenzio che hai dentro, coccolato dalla cantilena gentile dell’acqua, cerco l’eco gioiosa della tua complicità. Intimo è lo sforzo di capirti, di seguirti. In quest’angolo di lago  ascolto la tua voce che sicura scivola via, morde la  quiete, lenta valica orgogli assopiti; ancora t’ascolto come forse non ho mai fatto, ho un solco sul viso è lo squarcio della mia assurda durezza, scosso regredisco, svanendo come nuvola in cielo.

T’amo mia giovane terra, amo le tue zolle umide rivoltate dall’aratro, amo i colori dei tuoi campi, il giocare di bambini, il dondolio elegante delle barche sul lago, l’ombra dei faggi maestosi che ha i nostri segreti, il tuo orizzonte là in fondo dove acqua e cielo si baciano come due amanti sorpresi.

Amo la nudità del tuo corpo, i tuoi falò che mi mozzano il respiro, amo la dolcezza delle tue labbra, i tuoi sguardi di asprezza e quel filo di sorriso disperso sul tuo viso.

Amo il tuo modo ribelle di affrontarmi, i tumulti che hai dentro, i tuoi repentini cambi d’umore, gli scatti d’ira e la tua arrendevolezza improvvisa, t’amo come vesti sobrio ed elegante, non so resisterti quando indossi quel tuo elegante tubino che ti fa tanto bella, amo la tua sicurezza, la tua grinta, la morbidezza dei tuoi gesti, la leggerezza delle tue forme, la tua semplice raffinatezza.

Ho l’età per sapere, ma da tempo t’amo e non so perché.

Tu sei la terra di cui porto l’aroma addosso, tu sei la radice a cui mi aggrappo nei momenti di solitudine, tu sei la zolla che mi abbraccia calma e mi dona la primavera.

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Quasi assassinato

Vagabondo smarrito

tra rupi d’angoscia

cerco il sole,

senza argini dentro

quasi assassinato

dal tempo.

Cigolano i cardini

della mente.

La luna m’ irride

annegandomi pensieri,

barcollano le ciglia

di grandi occhi muti

inginocchiati al silenzio.

 

Oltre l’inferno dei tradimenti

inchiodato al suicidio per gioco

dall’assurdo della vita

illuso dalla follia

scavo nelle stagioni dell’età.

Tu, libera nell’assoluto,

Cipride mia,

nata da spuma d’onda,

Paride ti scelse

tra invidie d’Olimpo,

non avevi pari.

Nuda e callipigia,

calasti le caste vesti,

nel bianco lenzuolo

m’attorcigliasti come glicine.

Baciai la tua carne,

i tuoi fianchi narcisi

bruciarono la notte,

a salvarci poi venne l’aurora.


Maledetto quel giorno

Maledetto quel giorno

tu scivolasti via 

mi dicesti lui mi ama.

Ti negasti e il mio

orgoglio mi frantumò.

Vissi su scogli di luce nera

come Giasone a Medea

non seppi dare certezze,

ti amai davvero, terra mia.

Gelosa sei morta di gelosia,

duro è l’abbandono a Nasso

isola arida e infingarda,

come in Arianna con Teseo

forte è la tristezza.

T’invaghì tanto pure Dionisio

atroce fu l’inganno,

di nuovo l’arcaica storia

l’uomo tradì la donna.

Ora tu come Arianna e Medea

rapita d’abbaglio, anneghi

nella marea della rivalsa.

E’ l’aria della mia anima

che cerchi, compagna

di ieri, saprò ancora

amarti come allora.

Onde di lago

 

Le onde del lago giocano con la luce del sole nel pomeriggio alto di un giorno maturo.

Poco più in là, grossi faggi regalano ombra ai giochi dei bambini, il ritmo del tempo è smorzato dal primo caldo, solo qualche passo sul selciato fende la calma dei viottoli, i davanzali fioriti rosi dal sole, ancora ferme le poche barche nel porticciolo.

Io lì ad aspettarti, al solito posto, con la stessa impazienza, tu mi vieni incontro, guardo il tuo camminare svelto, hai negli occhi le onde del lago, porti un vestito leggero che ti fa allegra, già mi accerchi la mente.

Ho gli occhi sgranati, ti guardo senza dire parola, la fame d’amore dentro. Oh! sogno del mio lago, cerco calma e sicurezza per dirti ciò che molte volte ti ho taciuto. Quanto fuoco nelle vene di terra e acqua, quanta insicurezza nelle mie parole, cerco il tono giusto per mascherare i timori che ho dentro.

Poi quel tuo bacio, così sottile da sembrare nemmeno dato, un regalo così dolce nato quasi d’istinto, un cameo che scioglie pietre dalla scorza dura. Da allora quante volte sei tornata con la tua innocente malizia, occhi aperti dove aroma e gusto del sesso respirano assieme, dove dita di seta cavalcano le forme del corpo e la pelle annega nell’agonia del piacere.

Le tue parole, i nostri respiri, germogliano tra fili d’erba calpestata a due passi dall’arena baciata dal lago. Il crepuscolo del sole dà vampate ai riflessi d’acqua, giocano le onde stanche che urlano morendo sugli scogli.

La voce di quest’acqua la conosco bene, assomiglia alla tua tenera timidezza, con garbo trattengo tra i denti l’ultima domanda d’amore, parla il corpo donandomi versi. Sulla brace so d’essermi seduto, nicchio, ma già so che nella bellezza dei tuoi occhi mi sono perduto.

Pensavo di spogliarti piano, piano, ma nudo mi sono ritrovato, con questo tuo corpo divenuto mio destino.

 

E’ mattino

E’ mattino, l’alba ha già liberato il sole, quanti tenui colori da qui all’orizzonte, la campagna pigra ha occhi socchiusi, l’aria dalle labbra delicate sveglia la pelle, ho ancora l’odore dei tuoi capelli con me e già svaporo la mente.

Una piccola macchia di bosco degrada verso il lago, due passi e mi sento quasi senza tempo. Un piccolo angolo di mondo tutto per noi, mia cara, io ho dentro la voglia di starti vicino, di parlarti, di capirti.

I faggi, alti e maestosi, con i rami ancora spogli sembrano cavalieri solitari dell’impossibile fuggiti dalle favole. Tra questi tronchi grossi e forti ho sognato aquiloni, ho conosciuto il dolce ticchettio della pioggia, l’odore innocente dell’erba appena tagliata e al di là delle ombre dove i campi prendono spazio ho conosciuto l’arsura delle spighe, il loro cadere sotto la falce, il canto delle cicale e nell’imbrunire della sera il luccicare di lucciole. Seduto sull’incavo di qualche ramo, guardavo il lago, il litigare rumoroso delle sue onde, il giocare allegro di barche in riva.

Qui ho conosciuto l’anima vera del bosco, l’irrequieto saltellare degli uccelli, la voce in lontananza degli adulti, la vita e le emozioni di questo borgo che il tempo non ha scalfito.

Guardo questa terra e quest’acqua, guardo la mia compagna, il suo viso, la grazia del suo corpo, il suo gesticolare raffinato e familiare, i suoi occhi ridono sentimento, la sua forza d’animo e la maturità cresciuta, per me lei è la donna di ieri, quella che mi ha fatto scrivere poesie al vento, quella che mi ha allungato la mano in momenti di tormento, quella che sdraiandosi accanto la prima volta ha lasciato i vestiti ai piedi del letto per farmi sentire a mio agio. E’ lei che mi aiuta a superare la mia timidezza, è lei che accende e calma il mio istinto, è lei che cerco nel bisogno. A lei devo boccioli di rosa  per quest’angolo di vita non sciupato dal tempo.