Ci sono giorni

Camille Claudel

Ci sono giorni
in cui l’eterno sorgere
dà spazi infiniti,
 l’ambrato crepuscolo acquieta
 l’infuocato animo mio

Ci sono giorni
negati tra pietre di bugie
in cui l’aratro del tempo
rivolta le zolle della vita

Ci sono giorni
d’alba e tramonti traditi
dove la sera non ha mattino
dove occhi sgranati di rabbia
cercano un velo di attesa
e labbra di parole mature
schiudono ombre di verità

Ci sono giorni
 irti come cespuglio in arido deserto
dove l’incedere quotidiano
m’annega nel vuoto empirico
in silenzio anelo
una tua carezza perché
so di amarti con tenerezza

Eburnea luna

Le Valse – Camille Claudel (1864 – 1943)

Rapiti e ignudi
danzano i pensieri
nella ruggine della mente,
tango d’agonie colorate.
Urla la vita sgangherata,
sfogliata da rami d’intelletto
strappi il nulla dall’infinito. 

La notte guaisce solitudine,
dune di sogni affogano
nel supplizio d’ombre d’amore.
M’impicco l’anima,
cencio appeso
tra muri di bugie.
Eburnea luna schiarisci
le efelidi del mio vivere.

Come la dea greca

Balthus (1908 – 2001)

Come la dea greca mi dicesti
– Più tardi – negandoti
sapevi parlare ai mortali.
Tu, tra gemme e profumi,
spumavi d’amore
come onda di mare.
Simile a Afrodite attendevi,
so che, come Efesto
avresti voluto che mi buttassi
dal dirupo d’ira ceco di gelosia
per il tuo prediletto Ares. 

Tremò la madre terra
l’eco rabbioso del mare
giunse a noi.
Avresti voluto che
mi perdessi tra i vortici
di Scilla e Cariddi, disperandomi
come ogni innocente intruso.
Ma ragione non mi mancò,
il sole arrestò il carro celeste,
rallentando il crepuscolo.
Immobili furono
le mani e la mente,
il mio muto silenzio fu colmo,
timidamente la luna sorrise,
caddero i confini dell’amore,
un vento acerbo sollevò i veli,
tu maliziosa lasciasti che il corpo
avvincesse l’anima,
così arse il falò della vita.

Germoglia il glicine

Nude – Pierre Bonnard (1867-1947)

Il corpo nudo,
legata da brame
battuta da Zefiro
mordi angoli di pelle
germoglia il glicine
tra cirri d’amore
Scorre la seta
nell’intarsio della vita
Tenera Galatea
Eros ingordo
mantice perverso
con il sapore
tra le dita,
d’istinto mi sazi 

Artigliato dalla Fenice
 sete di fonte
tra i fianchi
Un timido bacio
Tu odi e ami
un tormento

L’eco del lago

Egon Schiele

Cos’è quell’eco intensa che giunge dal lago?

Un’onda di rancori accecati dalla gelosia. Io a guardarti con gli occhi del tempo, tu con l’ansia d’amore in corpo, il vento mulinello di pensieri, con la gonna sollevata ancora mugugna la trappola dei tuoi fianchi.

Nascosta, tra le ciglia d’ombra di un’ira improvvisa, declini il tuo sorriso innocente, avvinghiata nel gheriglio di ripicche, pungoli  gli stracci del mio orgoglio, ho aria frivola tra le dita e quel tuo specchio senza volto ha luce stanca.

Avresti voluto che mi perdessi tra i vortici d’incomprensione di Scilla e Cariddi, avresti voluto annegarmi tra nuove promesse, ragione non abdicò.

Dopo il buio c’è sempre luce, così tutto s’acquieta, i tratti del volto fatti sereni, le labbra hanno sillabe di silenzio, poi quel bacio bianco di pudore, tanto timido da scuotere il dentro.

Di nuovo vicini, come l’acqua e il cielo, l’eco si è spenta. Anima e corpo fuori dal diluvio e il lago calmo e sicuro gioca con le onde delicate della vita.

Mi cibai

Pierre Bonnard  1867 – 1947

Ho visto il tempo
morire
nei tuoi occhi assenti.
Acqua e sale
rodevano dentro,
scarnita l’anima,
tra le lenzuola
mozzato il fiato,
mi cibai
d’immoralità.
Cipride mia, sciogliesti
i vigneti della ragione
con callipigie forme
nel digiuno della notte.
Dioniso s’accoccolò
sui seni di Arianna.
Un fuoco sottile
lisciò il ventre,
l’equivoco crebbe
tra labbra rosee,
il bisbiglio tuo
fu lieve tonfo
nel bosco di mele


Tra Luna e Pleiadi

Nascosta a ritroso
tra Luna e Pleiadi
alta è la notte.
Non dormo, t’aspetto,
annichilita l’anima
mi stringo a te.
Oh ! Selene
dalle vesti fluide,
zagara di passioni,
spremo la rosea baca,

vestita di nulla anneghi
tra carne e brame.
Angelo infernale,
mordi l’uva spina
a occhi chiusi,
tra gli anelli del tempo
 Alfeo rincorre Aretusa,
l’ultimo tuo bacio
sulle mie labbra timide.
Cercami, io sarò.

Ernesto Sabato e il suo scrivere

Anni fa lessi ” Il Tunnel” e ne fui affascinato, oggi sollecitato purtroppo dalla sua morte ho letto ” Sopra Eroi e Tombe ” forse il suo libro più bello, di sicuro non posso esimermi dal consigliarlo. E’ un grande romanzo del ‘900 poco conosciuto, ma di uno spessore e profondità inusuali.

Pone al centro i temi della ragione  del vivere in un tempo insensato, del peso della storia, dell’insormontabile solitudine dell’uomo. E’ una storia d’amore, di conflitti e di follia. E’ la storia di un’Argentina nello sfacelo, che ricorda le grandi imprese del passato. E’ un romanzo, un saggio filosofico, un diario.

E’ mistero toccante, profondo, ingenuo e perfino naif, è il centro della letteratura sudamericana. E’ un romanzo nel romanzo. Non voglio svelare altro, ma leggendolo se ne esce scossi nel profondo, trasformati con la consapevolezza di aver conosciuto un grande uomo, un grande vecchio saggio contemporaneo e amico di Borges. Due figure quasi antitetiche, ma voci forti nello scrutare l’uomo e la vita, eterni nel loro dire e scrivere.

La povertà culturale di CONFINDUSTRIA

L’applauso riservato dagli imprenditori al manager della Thyssen, condannato per la morte di 7 lavoratori, durante l’assise di Confindustria dimostra la bassezza culturale e sociale dell’imprenditoria italiana.

Gente senza scrupoli che punta all’impunità e all’illegalità, allo sfruttamento delle persone senza il rispetto delle norme di sicurezza e che dinanzi alla morte sul lavoro è incapace di assumersi le proprie responsabilità.

Il nostro è il paese dove maggiormente avvengono incidenti sul lavoro e più alto è il numero di  morti in fabbrica e questo è quanto sanno fare i nostri arroganti imprenditori.

MERCEGAGLIA E I DIRIGENTI DI CONFINDUSTRIA DOVREBBERO SOLO VERGOGNARSI DINANZI A TALE ARROCCAMENTO DELLA LORO ASSOCCIAZIONE.

Altri sono i valori e i comportamenti che Confindustria dovrebbe assumere per innovare e dare un contributo vero al cambiamento del paese 

Nel roseo incarnato

The eternal idol – A. Rodin

Nel roseo incarnato
del volto 
senti gli spazi vuoti 
come baci a corpo nudo 
tentano di possederti. 
L’abbraccio riempie 
i pensieri stanchi, 
nell’aria le crepe 
arroccano l’esistenza. 
La sete d’infinito 
vagabonda il corpo, 
nulla si è arreso. 
Tra le mani sottile 
sfila il tempo, 
il respiro lento dà gusto 
a questa mia terra. 
Nell’angolo di quiete 
l’acqua schiuma, 
l’aria frange. 
Stendo il mio corpo 
vicino al tuo 
e in te mi ritrovo.

Ernesto Sabato

Ci ha lasciati all’età di 99 anni  Ernesto Sabato, scrittore argentino di origini italiane.

Laureato in fisica si dedicò per tutta la vita alla letteratura. Uomo di grande coerenza difese i valori di democrazia anche durante la dittatura. Nel 1984 ricevette il Premio Cervantes, massima onorificenza per gli scrittori in lingua spagnola e nello stesso anno fu eletto presidente della  Commissione Nazionale creata per indagare sui crimini contro l’umanità commessi dalla dittatura argentina (1976-1983)

Tra le sue maggiori opere:

Il Tunnel (1948), Sopra eroi e tombe (1961), L’angelo dell’abisso (1974), Prima della fine (1997), Lo scrittore e i suoi fantasmi (1979)

Il suo scrivere è l’emblema dell’imperfezione dell’uomo universale. Leggendo questo breve passaggio tratto da uno dei suoi saggi “ El desconocido da Vinci ”si può capire la sua filosofia umanista che è intrinseca nelle sue opere:

Ciò che è specifico dell’essere umano non è lo spirito ma quella lacerata regione intermedia chiamata anima, regione in cui accade tutto ciò che di grave e di importante appartiene all’esistenza: l’amore e l’odio, il mito e la finzione, la speranza e il sogno; nulla di tutto questo è puro spirito, quanto piuttosto un violento miscuglio di idee e sangue. Ansiosamente duale, l’anima soffre tra la carne e lo spirito, dominata dalle passioni del corpo mortale, ma aspirando all’eternità dello spirito. L’arte (cioè la poesia) sorge da questo confuso territorio e a causa della sua stessa confusione: Dio non ha bisogno dell’arte.