Amare non è possedere

A Donghi – Bagnante 1933

Nel vento l’orizzonte appariva vicino, ma non trovavo parole adatte per dargli voce, passeggiavo tra vicoli conosciuti che danno al lago, l’acqua incredula accarezzava la terra ripetendo come sempre gli stessi giochi innocenti.

Conosco la voce del lago, le sue ire e le serene quiete, conosco i pendii attorno che annegano nei riflessi di luce, conosco la banchisa del piccolo porto, i suoi rari viaggiatori, le lunghe attese nei meriggi di sole, amo il silenzio sacro di questi luoghi, le frasi sommesse dove dimorano i pensieri fuori tempo.

Lei sapeva che l’aspettavo, come sempre avevo bisogno di lei, della sua presenza, dentro passo dopo passo i tormenti, dubbi e supposizioni, erano il mio tarlo che laceravano  le mie sicurezze, che mi davano il sapore dell’inferno.

Finalmente la vidi in fondo al vialetto di alberi, veniva a passo svelto verso me, le sue forme, i suoi movimenti già mi catturavano. E’ crudele sapersi incatenati all’idea del suo amore, sentirsi indifesi senza ragione, senza riparo alcuno.

Nel vederla mescolavo  allegria , timore e un po’ di follia, i suoi occhi profondi, liberi, come l’acqua del lago, mi facevano fragile, arrendevole.

In lei vedevo la bellezza della vita, la gioia spontanea, l’inganno più atroce, come quando scoprii che era sposata. 

– Perché non me l’hai detto?- gli chiesi e lei- Ecco di nuovo i tuoi perché, i perché finiranno per rovinare tutto. Non ti basta di avermi, di vivermi, hai sempre un maledetto perché –

I suoi silenzi, i suoi sguardi sbiaditi o accesi mi torcevano dentro, vivevo attimi di euforia e subito dopo ancora dubbi atroci mi alteravano. A volte mi guardava con tristezza, capiva le mie ansie, allora cercava di cancellare le ombre con la luce del suo amore.

Era l’irrazionale passione, l’incapacità di starle al fianco senza scivolare sul lenzuolo, che spegneva ogni mio dubbio, mi ridava slancio, poi l’infantile egoismo maschile ritornava a rinchiudermi in una gabbia d’immatura gelosia. Il non saper amare senza gelosia è qualcosa di tremendo che va al di là di ogni ragionevolezza e maturità. Un modo di vivere l’amore assurdo, possessivo, giorno dopo giorno vedevo ucciso il nostro rapporto e quasi inerme pur non condividendolo lo vivevo così.

Lei lo sapeva, ma sapeva anche controllarsi, donna dall’aspetto fragile ma tenace tanto da superare e dominare ogni burrasca sentimentale. Spesso mi diceva la tua felicità l’anneghi in futili timori, non sai sorridere, non sai capire i sogni delle donne. Aveva ragione, lo sapevo, il mio ardore giovanile, il mio orgoglio ne usciva frantumato, così reprimevo la mia spontaneità e lei lo avvertiva.

Nei suoi occhi, nella sua voce di donna matura, c’era tutto il suo vivere, la sua indole indomita di donna libera e sicura che sapeva come e quando donarsi.

Ricordo una sera al tramonto sdraiati sull’erba a due passi dalla riva, con le onde che dettavano il ritmo al nostro parlare, la mia testa appoggiata al suo seno, sentivo il suo cuore, battiti sinceri , guardavo il suo viso, con la mano destra carezzavo i suoi capelli, eppure la sua espressione era impenetrabile sembrava leggesse i miei pensieri, le mie ansie, mi disse perché ti tormenti sono qui con te e la vita è null’altro che la voglia di viverla.   

Ancora una volta capii la sua maturità rispetto alla mia giovane età, capii la sua indole di donna libera, la sua cultura nel gestire la vita, il mio torpore, la mia invasiva gelosia mi sembrarono sentimenti infantili, immaturi. Capii che se non volevo perderla per davvero, non dovevo seguire le ombre del mio pensare ossessivo, uscire presto dal mio labirinto oscuro, vivere intimamente il rapporto con quella donna senza tentennamenti e dubbi con la piena consapevolezza che amare non è possedere.

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Notte di San Giovanni

J.Vettriano

Tra i fianchi dei colli

odo la quiete d’arsura,

la voce dei falò

nei silenzi della sera,

labbra di rugiada

in giochi d’amore,

con le vene scosse

testardo ti baciai,

 la notte di San Giovanni

ha il tuo volto,

tra steli di grano

la febbre dei tuoi occhi

scioglie l’alba.

Solstizio d’estate

Vestita di solo bianco

al solstizio parlasti

con l’urlo del corpo.

Terra di falò e speranze,

t’amo selvaggia estate,

mela carnale m’accecasti

la mente tra le rughe del tempo.

 

Presi la tua mano sottile,

i tuoi occhi lo seppero,

spiga ignuda, ti scelsi

compagna di vita.

 

L’ombra gelosa della sera

ci avvolse, io, al tuo fianco,

papavero di gioia, divorai

il silenzio del grano

masticando l’anima.

Emil Gilels

Tra i miei musicisti preferiti c’è Emil Gilels, dire in poche parole chi era Gilels e la sua musica è impresa ardua.

Gilels nacque a Odessa nel 1916, città di grande tradizione musicale, sulle rive del Mar Nero.

Giovanissimo iniziò lo studio del piano forte e a soli 13 anni debuttò in pubblico, subito dopo entrò nel conservatorio cittadino e nel 1933 vinse il concorso” All Soviet Union Piano Competition”.  Si trasferì a Mosca per seguire le lezioni del famoso pianista Neuhaus, nel 1938 vinse il “Concorso Ysaye “ di Bruxelles davanti a concorrenti come Arturo Benedetti Michelangeli. 

Prokofiev gli dedicò una Sonata per pianoforte n°8 , gli fu concesso prima artista dell’URSS di suonare in tutta Europa. Debuttò negli Stati Uniti a Filadelfia nel 1955, ebbe un grande successo. Insegnò per lungo tempo al Conservatorio di Mosca, negli anni ’80 diminuì i suoi concerti pubblici, anche per motivi di salute, si dedicò a qualche incisione discografica, morì improvvisamente nel 1985.

Emil Gilels assieme a Sviatoslav Richter , pure lui ucraino, è stato il maggiore pianista della generazione che ha attraversato tutto il Novecento.

Tecnica magistrale, lucidità, suono compatto e intenso , il suo modo di suonare pensando alla forma, alla struttura musicale, come un tutt’assieme  rispettando i disegni dell’autore,  un suonare privo di vanità, autentico rispetto del testo e originalità, un senso di autodominio della passione e del sentimento capace di sublime letture musicali.  

Ascolti il suo Beethoven, Schumann oppure Brahms, Prokofiev, Chopin, Liszt o Debussy, Bach e Scarlatti e ti lasci trasportare dal suo intenso e raffinato suono, ma è la sua originalità esecutiva, il suo intendere la musica d’assieme che ti porta tra percorsi di sfumature di colore e profondità sonore dal timbro cristallino, è la passione nella sua essenzialità travolgente che si fa musica.

Angèle e Tony

Angèle e Tony, un film indipendente, diretto dalla regista Alix Delaporte,  un film semplice, fatto di dialoghi scarni, essenziali, sbalzi d’umore, sentimenti narrati con delicatezza e tatto, insomma un film di innata eleganza e sensibilità.

Ambientato in un piccolo porto di pescatori della Normandia, il film racconta le vicissitudini di due persone tanto diverse quanto uguali nel vivere una profonda solitudine.

Angèle è una giovane donna uscita da poco di prigione per aver causato involontariamente un incidente in cui è morto il marito, una donna aggressiva, schiva, dall’animo ferito, piena di rabbia, alla ricerca di se stessa e  tutta protesa a recuperare il rapporto con il figlio affidato ai suoceri.

Tony è un uomo silenzioso, apparentemente burbero, uomo di solidi principi che vive con la madre e il fratello, con pazienza aiuta la famiglia a superare la morte in mare del padre.

La loro storia s’intreccia lentamente, casualmente s’incontrano, poi si respingono e infine col tempo maturano i sentimenti e la fiducia reciproca e si comprendono.

Due vite diverse, piene di solitudine, in cerca di uno sbocco positivo da dare al proprio vivere, un film dove la vita umana è rappresentata nei suoi nudi sentimenti, stati d’animo, ambizioni e desolazioni, senza fronzoli, ma con una delicatezza inusuale nel cinema d’oggi.

Angèle e Tony

regia: Alix Delaporte

attori: Clotilde Hesme, Gregory Gadebois

Origliando solitudine

Edward Hopper

Alacre agucchio

l’irriverente tua albagia.

Sul cuscino rintano

ansie di pietra, tradito

da eclissi d’umore,

fendo serrato il cielo,

cerco spazio tra i tuoi

sbadigli di sole.

 

Cupa,

la maschera del nulla

risuona, è la sua eco

che mi percuote.

Bevo il vuoto, annego

origliando solitudine.

Separato da me stesso,

sciocco graffio il buio,

naufrago d’amore.