Muto amare

J. Vettriano

L’aria è abbacinata

il silenzio ha l’eco

del giorno piegato

Proserpina è ridiscesa

il lago è senz’anima

 

Ciò che vorresti

non te lo so dire

eppure

c’è nella sera

il tuo muto amare

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Temo

Temo

la luce obliqua senza forza

il buio riottoso del pregiudizio

il sorriso del perbenismo eloquente

temo

la ricchezza ostentata senza dignità

l’ipocrisia veleno della ragione

le certezze del moralismo

temo

le stanche caviglie dell’ingiustizia

i muri eretti dalla storia

l’irruenza del falso progresso

temo

l’uomo e il suo egoismo vorace

il fragile incanto dei narcisisti

l’intelligenza ottusa dei supponenti

 

… annegherò tra flutti di dubbi

in cerca di un’alba d’etica.

La bellezza del cotogno

L’acqua che si fa onda e gioca con il tempo, la brezza lenta che accarezza il viso e gli occhi che fissano i pensieri, i sassi umidi nell’arena, il colore appena acceso del cielo, le luci sobrie delle case, la voce assonnata del lago, ecco “ il presto” del mattino che cerco, che mi dà la vita.

Amo passeggiare a quest’ora con l’odore del caffè e il sapore della tua pelle tra le labbra, amo l’alba e i suoi colori, il suo infinito orizzonte, il nulla profondo  e muto del suo silenzio.

A due passi dal lago in fondo al giardino c’è un maestoso cotogno, pianta oggi dimenticata da tutti, che io amo perché antica come l’uomo. Albero coriaceo, generoso, resistente, bisognoso di poche cure e in autunno dà frutti gialli e profumati, in primavera inoltrata una splendida fioritura. Amo i suoi colori, il profumo dei suoi frutti, l’ombra della sua propaggine, amo la sua maestosa eleganza.

Quando ti conobbi, era ancora un arbusto, è cresciuto ai raggi del sole, leggero come gli abiti che indossi, sensuale come il tuo gesticolare che io ricerco.  I suoi frutti gentili e profumati sono morbidi baci, come le pieghe dal dolce tepore del tuo corpo.

Nella notte saprei trovarti tu sola tra tutte, fra lenzuola stropicciate, vorrei perdermi in te con occhi lucidi di fragilità. Le tue mani timide quando sconce mi danno capogiri, arde la mente, muoiono, recisi, i pensieri, sei tu l’aurora che mi fa immattire.  

L’aria di mattina è limpida, il lago dorme ancora, i sentimenti fieri e freschi, l’odore di menta in giardino forte, così a piccoli passi sei entrata in me quieta, mi hai cambiato e io quasi incredulo ho bevuto sale alle tue labbra, stanco ho arrancato, tradito, lacerato il dentro.

Galleggia l’eco strozzata nel profumo di cotogno, tra penombre balla la luna piena ubriaca d’amore. Ora t’aspetto sicuro, sei tu l’aria che mi aggroviglia, ti conosco oramai, sono qui sotto il fiero cotogno, ti guardo svegliandoti stropicci gli occhi e già sei nelle mie passioni.

Amare la terra arrossata

Amare la terra arrossata

al tramonto non mi bastò,

legasti il filo del mio tempo

e mi rubasti l’acqua dell’età,

un ultimo tuo dardo di luce

m’accartocciò come aspide

tra pietre di solitudine.

Sull’acre terra pianse

il vitigno privo

di voglie di sole.

Mi avessi ascoltata,

invece

bruschi frulli di pazzia

 mugolasti al vento,

crescesti altrove.

 

Ora, Oceano mio,

eccoti qua,

m’ardi dentro, soffro,

amo,

fiore non fiorito m’inganni.

Oceano mio,

trafitto l’ombelico della mente,

m’azzanni

tra gorghi d’anima.

Ti conosco, schiumi burrasca,

e presto

m’annegherai daccapo.

Una fortuna chiamata Maria Joao Pires

E’ stata una fortuna, una vera piccola e  grande fortuna, potere ascoltare la pianista Maria Joao Pires al Festival di Stresa. Accompagnata dalla Gewandhausorchester di Lipsia diretta da Riccardo Chailly, ha eseguito il Concerto per piano e orchestra n. 3 di Beethoven.

Lei donna schiva, minuta, tanto da apparire fragile, ha una capacità raffinata, unica, nel far musica. Note limpide, cristalline, note profonde di grande temperamento e umanità nell’ascolto. Tocchi di una sonorità ricercata, delicata, di una sensibilità rara e acutissima, fino a sfociare in raffinati rubati seducenti e in momenti melanconici fatti di silenzi e contrasti timbrici.

 

Sono gocce che solcano la mente e accarezzano d’emozioni il dentro, un insieme prezioso che ti avvolge come i passi soffici del vento, un bisbigliare discreto di spighe mature al vespero, un sorriso leggero, quasi fosse carezza di piuma, chiudi gli occhi rapito e subito hai lampi di luce nel cuore, senti la forma della bellezza, quasi ti par di toccarla, poi vedi lei con la sua esile figura che domina decisa, sicura, gli 88 tasti del piano, senza virtuosismi inutili, ma con una innata e naturale saggezza e padronanza.

Ascolti, il pianoforte apre una melodia intima di grande forza emotiva, quasi religiosa e provi intensamente il fascino, il carisma del suo suonare.