Leonid Kogan l’anima del violino

Leonid Kogan

La musica del suo suonare ha l’anima del silenzio che si colora, piano, pianissimo si spegne , tutto s’ammutolisce, d’istinto di nuovo s’infiamma, suona il violino, la sua scala, gli accordi risuonano nelle vene, pacato respira il ritmo del sangue, finché il tocco sublime diviene poesia, un soffio di luce, nella volta celeste, così senza freni, t’abbandoni nell’eco del suo meraviglioso canto.

Nel mio lento pellegrinare alla ricerca di esecuzioni  particolari, lontane dalla spettacolarità attuale, capaci di comunicare l’essenzialità della musica, la sua profonda e umana tensione, non posso che fermarmi su questo eccezionale violinista : Leonid  Kogan

Leonid Kogan (1924 – 1982) è stato con Oistrakh il più grande violinista dell’URSS , dotato di perfezione tecnica irragiungibile, rigore interpretativo, capace di un suono pulito a volte davvero sublime, suonò in un celebre trio accanto a M. Rostropovich e E. Gilels, e spesso come solista in diverse occasione in Europa e in America.

Indimenticabili alcune sue esecuzioni: concerti per violino di Mozart, Grieg, Beethoven, Tchaikosky, Franck, Barber, khachaturian.

Nelle pubblicazioni della Historic Russian Archives si possono trovare alcune perle delle sue esecuzioni.

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Film d’autore

Melancholia – Lars Von Trier

L’inizio è solo poesia, immagini in slow motion di rara bellezza glaciale; sfiorati dalla musica di Wagner (prologo di Tristano e Isotta) progressivamente ti senti scavare dentro, sfregiare l’animo e chi ama farsi sfregiare  dall’arte trova un capolavoro.

Due sorelle Justine e Claire, un tempo unite, ma sempre più diverse, si amano e si odiano sullo sfondo di una catastrofe imminente, il pianeta blu Melancholia  in rotta di collisione con la Terra.

Due donne diverse, forse due volti della stessa persona, istinto e razionalità, depressione e normalità.

 Justine,  che non riesce ad essere felice nemmeno nel giorno delle sue nozze, sempre più vinta dalla depressione, una melanconia l’avvolge, smette di sognare, rifiuta l’ipocrisia del vivere  e difronte alla fine della vita sulla terra, trova la calma e il coraggio di accettare la caducità della vita.

Claire, la sorella, moglie premurosa e felice, donna razionale, circondata da una famiglia perfetta, ricca, educata, che davanti all’approssimarsi della catastrofe ha il terrore di perdere tutto e finisce vittima della paura, della fragilità dell’effimero.

Un film d’autore si valuta anche dai particolari e Lars Von Trier è una continua sorpresa:

una madre cinica e un padre amorale latin lover, lo strumento di misurazione del pianeta opposto al telescopio, è arcaico, intuizione contro ragione. Gli organizzatori del matrimonio e il maggiordomo della casa della sorella, tutto deve essere sotto controllo,perfetto nei minimi particolari, i calcoli scientifici, il regista sembra qui mettere alla gogna sia il controllo sociale, (il matrimonio), la sicurezza del perbenismo (la famiglia), le certezze scientifiche (i calcoli di John).

Melancholia si scontra con la terra, è la fine dell’umanità, la caducità della vita, la natura nella sua drammaticità ha il sopravvento, alla fine sembra quasi chiederci di capire la sua melanconica e nichilistica visione dell’universo in cui non c’è altro che la nostra vita destinata primo o poi a concludersi.

Un film che ha molteplici letture, dalla narrazione quasi mistica, di una forza simbolica rara, di un’ atmosfera profonda e inquietante, un film rigoroso e severo che traduce l’arte in capolavoro. 

La vita è un Tango…

Preso da un’elegante e sottile ragnatela mi sentii impigliato da ritmi serrati, sonorità intime.

Il dentro percorso da fili d’inquietudine, lacerato e suggestionato, immerso e travolto da una cascata di sentimenti, brace spenta e riaccesa. Il triste che diviene dolce e poi ancora triste.

Malinconia e audacia consumati in un tormento, tanto da torcere quasi l’animo.

Tutto è danza vitale, istinto e sensualità, intrigo e dolcezza, è il Tango, jazz e classica, popolo e singolo, un insieme che ti prende, ti spreme, ti accende, ti spegne, ti morde e ti porta lontano.

Un parlare del corpo con il cuore, un uccidere e un sublimare l’anima, narri la vita e gusti i sentimenti, miserie e speranze amalgama di quotidianità, un’umanità caduta e rialzatasi senza oblio, musica distorta, crogiolo di tradizione e modernità.

Enrique Santos Discepolo lo definì: “ il Tango è un pensiero triste che si balla, il riassunto di una vita, la musica di un amore cupo e mortale, uno spasmo erotico che si offre con dolore e languore all’universo”

Nato dalla tradizione, un miscuglio di ricchezze culturali: dai migranti, dalla fierezza dei gauchos, dai nativi americani, dai ritmi africani e dal bandoneon, strumento della ineluttabile voluttà e malinconia.   

Ernesto Sabato definì il “Tango” un ibrido… la vita è un tango e bisogna saperla ballare…     

 

E’ una malattia che t’invade il corpo e la mente, ti appassiona tanto da disarmarti e portarti via