Il Mito di Sisifo

A. Camus

Tra tutte le opere di Albert Camus, Il Mito di Sisifo, un breve saggio, è quello che mi appassiona di più, più volte l’ho letto e ogni volta mi lascia e mi induce ad una riflessione sempre più profonda e intima.

Nel “Il mito di Sisifo” c’è l’essenza del pensiero di Camus: vivere con lucidità, sentire il proprio esistere, essere coscienti della propria libertà e della propria rivolta, possedere “un’anima continuamente cosciente”. La coscienza si contrappone all’assurdo, ma non lo cancella, come appunto avviene nel mito che dà il titolo al saggio.

Un mito crudele, perché Sisifo è condannato a issare sulla cima di un monte un’enorme pietra che, appena raggiunta la vetta, di nuovo precipita: questo mito è tragico perché il suo eroe è cosciente. Dove starebbe infatti la sua pena, se ad ogni passo lo sostenesse la speranza di riuscire? Sisifo sa che non ce la farà. Egli è inerme, ma in rivolta, conosce perfettamente la sua miserabile condizione ma non rifiuta il proprio destino. Sisifo è un condannato libero, perché, scrive Camus, “Non c’è destino che non si vinca con il disprezzo”.

Nel cammino crudele di Sisifo – che è il cammino di tutti gli uomini – vi è un destino personale, fatto di dolore, ma anche di gioia, perché “non v’è sole senza ombra, e bisogna conoscere la notte”. Il concetto del Sisifo felice (“bisogna immaginare Sisifo felice”) conclusivo del saggio è emblematico e sarà poi sviluppato sia nel romanzo La peste sia nel L’uomo in rivolta.

L’assurdo di Camus nasce dal rapporto tra l’uomo e il mondo, tra le esigenze ragionevoli dell’uomo e l’irrazionalità del mondo. Camus incarna la tradizione del pensiero libero, indipendente, autonomo, padrone di sé, un uomo che non dipende dalle tribù ideologiche, che non deve niente a nessuno, che si è costruito da solo.

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Basta retorica, guardiamo i fatti e la realtà

Basta con la retorica sulla figura di Marchionne. Guardiamo la realtà.
E’ un manager al servizo assoluto del capitale, ha sacrificato per tale missione il sociale, il made italy, mettendo sul lastrico intere famiglie.
Nel 2008 la Fiat aveva 120 mila dipendenti, oggi in Italia sono 29 mila, ha distrutto i brand Lancia e Alfa e ridotto a ben poca cosa il brand Fiat ( due modelli 500 e Panda). Ha distrutto intere aree industriali come Pomigliano d’Arco , Termine Imerese e Mirafiori. Ha portato la FCA ad essere una multinazionale non più italiana, ha usato la tecnologia italiana e le conoscenze italiane per insediarsi all’estero. Tutte le altre aziende automobilistiche mondiali hanno tenuto almeno 50% della produzione nella patria di origine, mentre ora FCA in Italia ha nemmeno il 20% della produzione. Ha usato le debolezze ingiustificabili dei governi italiani in materia industriale dell’ultimo decennio per distruggere l’auto italiana. C’è chi ancora parla di Fiat salvata, ha usato la cassa integrazione, soldi pubblici, per chiudere gli impianti in Italia e per delocalizzare le produzioni fuori dall’Italia. Certo ha salvato gli azionisti e la famiglia Agnelli.

Ha promesso investimenti in Italia con fantomatici programmi industriali, a Mirafiori aspettano ancora che questi investimenti vengano fatti.

Ha distrutto i rapporti sindacali per abbassare i salari, le condizioni di lavoro e di vita dei dipendenti,  se almeno tali sacrifici fossero serviti per tutelare l’occupazione invece solo per arricchire gli azionisti che hanno preferito anziché pagare le tasse in Italia portare la sede legale in Olanda. Lui stesso ha preferito avere la residenza in Svizzera per non pagare il dovuto in Italia. Qualcuno lo definisce un grande manager italiano.

Si credeva immortale, onnipotente, ha sacrificato se stesso e migliaia di operai e impiegati italiani all’arricchimento smisurato degli azionisti, è stato solo immorale nel distruggere la capacità industriale italiana.

Viaggio al termine della notte

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Louis Ferdinand Céline con questo suo romanzo esprime un pessimismo inconsolabile sull’uomo, sulle istituzioni, sulla società, è un romanzo che distrugge ogni illusione sulla vita, è una dura, cruda e lucida critica alla società.

E’ scritto con stile innovativo, nuovo per la sua epoca, c’è satira, ironia, sarcasmo, cinismo, un’esasperante verve innata.

Il protagonista Bardamu, milite nella prima guerra mondiale, ne rivela la malvagità, gli inganni, gli incubi, l’ipocrisia delle gerarchie militari. Alla fine della guerra si reca in Africa e descrive con sarcasmo i mali e l’operare del colonialismo francese; infine trova riparo negli Stati Uniti del primo dopoguerra e testimonia gli effetti del fordismo, l’insensato sfruttamento delle masse immigrate e evidenzia le storture della società di massa. Ritornato in Francia diventa medico in un quartiere sobborgo di Parigi, tra disperati, poveri, emarginati e malati senza speranza di riscatto, per finire poi lavora presso un istituto di igiene mentale mettendo in evidenza il perbenismo delle persone e la cecità dei settori della ricerca scientifica.

Un romanzo che a distanza di decenni mantiene tutta la sua capacità dirompente verso le istituzioni, il potere e il pensiero dominante.

La sinistra svilita

Che la sinistra abbia dei problemi a comprendere nuove situazioni sociali è evidente altrimenti non avrebbe perso così tanti voti. Spesso si è allontanata dai problemi reali della gente, si è chiusa in una specie di pseudo pragmatismo che l’ha portata ad essere un’élite politica estranea socialmente e non un partito di massa. L’attuale gruppo dirigente del PD ( giovani e vecchi) sono di una povertà politica e culturale chiusi non tanto in vecchie ideologie quanto in un pragmatismo genuflesso alla logica di potere. Vedi per anni ho militato nella sinistra, ho dedicato tempo e forze come consigliere comunale e anche come consigliere provinciale, ma oggi dinanzi alle parole di un Renzi, un Bersani o un D’Alema inorridisco per l’incapacità di cogliere ciò che veramente si muove nelle pieghe della società, dinanzi al degrado culturale, allo svilimento di un paese oramai in balia della casta politica e non solo. Anche sull’immigrazione io sono certamente per la solidarietà, l’integrazione, ma nulla è stato fatto se non accettare genuflessi gli ordini di un’Europa egoista e incapace, di un’Europa che privilegia logiche di speculazione finanziaria senza umanità.
Questi motivi ed errori sono alla base dell’avanzata delle destre e della sfiducia diffusa nelle istituzioni democratiche. Il qualunquismo o il populismo sono divenuti pensiero dominante proprio in mancanza di valori realizzati. Questa sinistra purtroppo ha più nulla da dire perché è senza idee, senza progetti e incapace perfino di fare una minima analisi della realtà.