Il fluire del duende

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Ascolti le sei sonate per violoncello e piano di Beethoven e ritrovi la sensibilità perduta, rigeneri la purezza d’animo isolandoti in un giardino d’armonia. Il violoncello esprime un suono grave e armonico, se poi a suonarlo è J. Du Prè allora comprendi quando un artista ha nelle vene il “duende”.

Di sicuro il duende non è per tutti, è una virtù rara, magica di estrema sensibilità e naturalezza, è quella brama in cerca del profondo, dell’oltre dove si crea il sogno. E’ qualcosa di innato che non si ripete come le raffiche del vento di una tempesta. Suoni limpidi, impetuosi, vulcanici, di tenerissima intimità, sono diamanti in una notte coccolata dalle stelle più belle. E’ il sapore inconfutabile, un fluido inafferrabile, un incanto stupendo, misterioso, che dà sobrietà alla bellezza più sontuosa.

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Ascoltando E. Grieg

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   Più volte, eseguito da diversi interpreti, ho ascoltato il Concerto per piano e orchestra op 16 di E. Grieg, ma solo le esecuzioni di A.Rubinstein e E. Gilels riescono a darmi una profonda e intima sensazione di sublime.

Un qualcosa che parte dal dettaglio per raggiungere un insieme di chiarezza, una scansione del ritmo, un suono spogliato, denudato, che raggiunge una purezza estetica unica e assoluta.

Nelle loro esecuzioni c’è la bellezza del suono, la ricchezza del colore, la morbidezza onirica, il maestoso e poetico nello stesso tempo, solidità e raffinatezza nel fraseggio senza eccessi ridondanti. Una penetrante interiorità, una musicalità lucida, sobria, un’immensa espressività, una lettura matura e complessiva che solo due grandi artisti come Rubinstein e Gilels hanno saputo lasciarci in eredità.

La foto in bianco e nero

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curon-venostaLa foto in “bianco e nero” non ha tempo e mode. Il bianco e nero è l’essenziale, l’anima della fotografia, dà atmosfera, è qualcosa di sobrio che svela , comunica in profondità è il dentro intimo di un’immagine.

I chiaroscuri, le ombre grigie o nere danno senso alle forme. Le infinite densità di luce e ombra parlano con voce intima, creano suggestione, comunicano ritmo, profondità, musica, ai soggetti, ai contorni, ai gesti. Le forme prendono espressività,i drammi umani, la paura, il dolore, le gioie, le miserie i sentimenti e le emozioni prendono carnalità, sono realisticamente pure, intense e assolute nella loro cruda realtà umana.

Il colore è bello s’impone, è invasivo, toglie spazio all’immaginazione, primeggia in modo egocentrico, quasi ossessivo. Il colore è soggetto e oggetto nello stesso tempo, ha un impatto cruento, attira l’attenzione esclude il resto.

Credo che il bianco  e nero ti chiede di imparare a vedere, a non fermarti in superficie, ti sussurra il vedere nel profondo. La fotografia diviene un vedere oltre un vedere completo, ti induce ad avere uno sguardo proprio sul mondo, peculiare, personalissimo, nel leggere la realtà, un vivere la sua essenzialità.

Un Grande Grazie

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Quanta tristezza e  commozione nell’apprendere che te ne sei andato in punta di piedi.La tua musica unicamente raffinata, delicata, rigorosa, ha accompagnato lo scorrere della mia vita. Quanta gioia nel seguire dal vivo i tuoi concerti, ho imparato ad amare e conoscere la musica classica anno dopo anno, Ferrara, Torino, Bologna. Ogni volta tornavo a casa con gocce rare d’intensa emozione.

Grazie per la tua musica, per la tua grande umanità 

David Oistrach

David Oistrach (1908-1974)

Già alle prime note il suo suono preciso, ambrato, corposo, pulito ma elegante ti apre mente e cuore portandoti tra molteplici meandri di interpretazioni di una eloquenza espressiva senza eguali.

Nato a Odessa nel 1908, David Ojstrach  inizia giovanissimo lo studio del violino con Petr Stoljarskij che sarà il suo unico e amatissimo maestro. Si diploma  nel 1926 presso il Conservatorio di Odessa in violino e viola. A differenza di altri violinisti la sua non fu storia di un bambino prodigio, ma costruì la propria personalità e fama di grande interprete lentamente con un costante processo di studio e lavoro.

Nel 1934 viene nominato professore al Conservatorio di Mosca, inizia così una lunga e amata carriera di insegnante. Maestro esigentissimo, rigoroso ma tutt’altro che dogmatico.

Più tardi divenne direttore d’orchestra e si dedicò anche alla direzione con buoni risultati artistici.

Nel 1937 si aggiudicò il prestigioso concorso internazionale “Ysaye” di Bruxelles e questo riconoscimento contribuì a farlo conoscere in occidente.

Dopo la guerra intraprese trionfali tournèes  e nel 1955  a New York assistettero ad un suo concerto un gruppo di artisti  gratificanti ma anche terribili per un violista: Fritz Kreisler, Zino Francescatti, Misha Elman, Joseph Szigeti, Isaac Stern, William Primrose, Pierre Monteaux, Nathan Milstein e alla fine del concerto quando F. Kreisler si complimentò con lui, per Oistrach ebbe il valore della definitiva consacrazione e dell’appartenenza al gotha dei grandi violinisti.

Molti compositori scrissero musica per le sue interpretazioni: Miaskowskij, Khacaturian, Rakov, Vainberg, e Sostakovic gli dedicò due concerti e una sonata per violino.

Il 24 ottobre 1974 mentre si trovava ad Amsterdam per un ciclo di concerti dedicati a Brahms venne colpito da un infarto che ne causò la morte.

Il suo stile: raccolto, di grande sensibilità, intelligenza esecutiva e umanità, capace di rendere l’espressione artistica dell’autore la più efficace e  profonda possibile.

Per la sua profonda umanità, modestia, onestà intellettuale, per il suo impegno verso la musica contemporanea, fu senz’altro un punto di riferimento per tutti i maggiori interpreti del novecento.

Pose le sue immense e naturali capacità al servizio della musica e delle ragioni del compositore domando la tecnica eccelsa e il virtuosismo all’espressione artistica voluta dall’autore.

La sua impeccabile padronanza tecnica non mirava a sbalordire il pubblico, ma al contrario tendeva a minimizzare lo sforzo per far emergere i valori autentici della musica.

Un poeta del jazz

Michel Petrucciani

Poche note e già la musica scorre nelle vene, dita che scivolano e percuotono i tasti, il suono che ti entra dentro è di rara e autentica bellezza, sonorità di geniale nitidezza, ecco la musica di Michel Petrucciani. Artista francese di origini italiane, morto a soli 36 anni. Ha lasciato un’ impronta profonda nel jazz contemporaneo, sonorità forti ancorate ad una tradizione melodica.

Fraseggio, tocco limpido, senso del ritmo, fluidità e sensibilità armonica, basta ascoltare qualche suo assolo di piano  per apprezzare la sensibilità e la bellezza della solitudine del suono. A volte il suo pianismo diviene a tratti secco, quasi percussivo, un furore dionisiaco, che travalica la melodia regalandoci colore timbrico, intrecci polifonici, un vero poeta del jazz.