I Tesori del Sacro Romano Impero

 

La Cattedrale imperiale di Santa Maria di Aquisgrana (Aachen) è uno dei luoghi dove vengono custoditi i più importanti tesori del Sacro Romano Impero.
La Cattedrale è una delle più antiche d’Europa costruita su ordine di Carlo Magno nel 796 e dove fu sepolto alla sua morte nel 814. Per quasi 600 anni dal 936 al 1531 la Cappella Palatina fu luogo di incoronazione degli imperatori.  È una costruzione ottagonale di circa 31 m d’altezza e 16 m di diametro, rafforzata da vari pilastri. 
Sono qui conservati tesori di grande interesse storico: 
– Trono di Carlo Magno, in marmo, probabilmente trafugato dalla Chiesa del  Santo Sepolcro di Gerusalemme. 
– Ambon di Enrico II realizzato in legno di rovere e decorato con filigrana e pietre preziose. 
– Reliquario, in particolare la reliquia di S. Maria, oggetto di pellegrinaggio ogni 7 anni. 
– Pala d’oro, composta da 17 pannelli d’oro, i primi cinque creati attorno al 1020 frutto di una donazione di Ottone III e  gli altri aggiunti dai suoi successori. 
– Scrigno  fatto d’oro, sono conservate i resti delle ossa di Carlo Magno. Lampadario di Federico Barbarossa fatto in metallo a forma di ruota romanica e con un diametro di oltre 4 metri tenuto appeso al centro della volta palatina da una catena di 27 metri.

 

Un capolavoro del Medioevo

 

L’Orologio astronomico di Praga, situato sulla facciata del Municipio della città vecchia è un monumento scientifico medioevale. 
Costruito tra il XIV e il XV secolo è stato successivamente più volte riparato  aggiungendo tra l’altro le statue mobili nel 1522 e le figure in legno degli Apostoli nel 1865-1866. 
E’ composto da 3 parti fondamentali: 
Quadrante astronomicoche mostra l’ora e le posizioni in cielo del Sole e della Luna oltre ad altre informazioni astronomiche.  E’ a forma di Astrolabio, uno strumento medioevale tramite il quale è possibile localizzare, calcolare la posizione dei corpi celesti come il Sole, la Luna, i pianeti e le stelle.Conoscendo la latitudine può calcolare anche l’ora. 
– “ Corteo degli Apostoli”  un meccanismo che allo scoccare delle ore mostra le figure rappresentanti i 12 Apostoli. 
Quadrante inferiore, composto da 12 medaglioni che indicano i 12 mesi dell’anno.

“Rolla” il dipinto che fece scandalo


Il pittore francese Henri Gervex (1859-1929) dipinse il quadro “Rolla” , oggi conservato al Musèe  d’Orsay, considerato un capolavoro ispirato ad un’opera romantica del poeta Alfred de Musset, dove si narrano le vicissitudine di un dongiovanni amante di una fanciulla Marie che si prostituisce per sopravvivere.

Il pittore presenta la  giovane donna in una posa di piacere, completamente nuda distesa sul letto e il giovane Rolla già vestito che la guarda compiaciuto vicino ad una finestra. Il dipinto fu presentato al Salon di Parigi nel 1878, ma fu respinto dalla giuria con la stessa fermezza con cui venne respinta “l’Olympia” di Edouard Manet. Ciò che fece scalpore e scandalo non fu tanto la nudità della donna, particolare abbastanza comune ad altri dipinti, quanto il richiamo esplicito e diretto al lavoro della ragazza, una donna giovane che si prostituisce. Vennero considerati immorali taluni dettagli come: i vestiti abbandonati a terra, il giovane già rivestito,  il bastone come metafora sessuale lasciato tra gli indumenti intimi della donna, ma lo scandalo maggiore era il fatto che tutto l’insieme dava ad intendere che la giovane non era una modella in posa, bensì una donna che consapevolmente sceglieva di denudarsi. Proprio questa determinazione della donna di spogliarsi e prostituirsi fu l’elemento di scandalo che portò alla esclusione dall’esposizione. La borghesia parigina dell’800, amante dei balli, delle gite nei parchi, del ritrovarsi nei caffè, non poteva accettare un dipinto fatto di esplicita seduzione e tanto meno mettere in mostra una folle notte d’amore dei due protagonisti.

Il forte impatto e le polemiche nate sui giornali portò grande notorietà al dipinto e al suo autore , esposto nell’atelier del pittore fu visto da molti visitatori, ebbe un grandissimo successo e consacrò definitivamente l’autore.

 

La Decadenza di un paese vista attraverso il Festival di Sanremo

Festival di Sanremo lo trovo un tipico spettacolo per la mediocrità italiana, dove la provincialità nel suo aspetto meno gratificante e professionale viene sbandierata come cultura musicale. In più si pretende con interventi di persone alla ricerca solo dell’apparire di dare lezioni di impegno civile, moralità o comportamentali come quello sulla violenza alle donne. E’ lo spettacolo di un “ancien regime” doroteo che pur con sigle politiche nuove sopravvive nel nostro paese mandandolo alla deriva. Direi che il Festival è l’esatta fotografia del nostro paese sempre rivolto al passato e mai capace di guardare davvero al futuro, capace di sostenere i privilegi del vecchio sistema negando la vita e il futuro delle nuove generazioni.

PS: tra l’altro se corrisponde al vero che Roger Waters leader dei Pink Floyd è stato censurato e non ha potuto cantare solo perché colpevole di denunciare in altre sedi la vergognosa politica di Israele contro i palestinesi dimostra ancora una volta quale tipo di democrazia ha il nostro paese.

Una “Tosca” innovativa e il vecchiume d’Italia

Chi ha potuto seguire anche parzialmente l’opera “Tosca” di Puccini in TV ha senz’altro apprezzato la qualità artistica dello spettacolo andato in scena alla Scala di Milano.

Una Tosca innovativa e di alto valore artistico e culturale sia per la scenografia innovativa e mirabile, sia per la prestazione di cantanti e orchestra. Un grande risultato in netto contrasto con ciò che c’era in sala.

Una delusione vedere un vecchiume inaudito di persone ottantenni e novantenni che pieni di gioielli su carni ormai logore e scarnite egoisticamente attaccate al potere, che godono di privilegi insensati incapaci di fare ciò che la natura suggerisce i nonni.

Lì in costosissimi abiti a dimostrare quanto il nostro paese sia invecchiato nelle menti e nel fisico, un paese che perennemente guarda al passato senza capire che è abominevole vedere un potere decrepito che rappresenta se stesso lontano dai veri problemi della gente comune e dei giovani.

Un paese dove il vecchiume mentale e fisico dà un senso di nausea, dove chi ha voglia di lavorare, di innovare è costretto ad emigrare all’estero per essere valorizzato e apprezzato. Un vecchiume stantio che alimenta se stesso e la sua ridicola demenza e decrepita fisicità.

Per quanto tempo ancora la parte attiva, laboriosa, quella che si rimbocca quotidianamente le maniche, che cerca di dare un reale futuro al paese , deve sopportare questa cappa di ridicoli zombi succhiatori di linfa vitale al paese.

Il fluire del duende

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Ascolti le sei sonate per violoncello e piano di Beethoven e ritrovi la sensibilità perduta, rigeneri la purezza d’animo isolandoti in un giardino d’armonia. Il violoncello esprime un suono grave e armonico, se poi a suonarlo è J. Du Prè allora comprendi quando un artista ha nelle vene il “duende”.

Di sicuro il duende non è per tutti, è una virtù rara, magica di estrema sensibilità e naturalezza, è quella brama in cerca del profondo, dell’oltre dove si crea il sogno. E’ qualcosa di innato che non si ripete come le raffiche del vento di una tempesta. Suoni limpidi, impetuosi, vulcanici, di tenerissima intimità, sono diamanti in una notte coccolata dalle stelle più belle. E’ il sapore inconfutabile, un fluido inafferrabile, un incanto stupendo, misterioso, che dà sobrietà alla bellezza più sontuosa.

Ascoltando E. Grieg

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   Più volte, eseguito da diversi interpreti, ho ascoltato il Concerto per piano e orchestra op 16 di E. Grieg, ma solo le esecuzioni di A.Rubinstein e E. Gilels riescono a darmi una profonda e intima sensazione di sublime.

Un qualcosa che parte dal dettaglio per raggiungere un insieme di chiarezza, una scansione del ritmo, un suono spogliato, denudato, che raggiunge una purezza estetica unica e assoluta.

Nelle loro esecuzioni c’è la bellezza del suono, la ricchezza del colore, la morbidezza onirica, il maestoso e poetico nello stesso tempo, solidità e raffinatezza nel fraseggio senza eccessi ridondanti. Una penetrante interiorità, una musicalità lucida, sobria, un’immensa espressività, una lettura matura e complessiva che solo due grandi artisti come Rubinstein e Gilels hanno saputo lasciarci in eredità.

La foto in bianco e nero

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curon-venostaLa foto in “bianco e nero” non ha tempo e mode. Il bianco e nero è l’essenziale, l’anima della fotografia, dà atmosfera, è qualcosa di sobrio che svela , comunica in profondità è il dentro intimo di un’immagine.

I chiaroscuri, le ombre grigie o nere danno senso alle forme. Le infinite densità di luce e ombra parlano con voce intima, creano suggestione, comunicano ritmo, profondità, musica, ai soggetti, ai contorni, ai gesti. Le forme prendono espressività,i drammi umani, la paura, il dolore, le gioie, le miserie i sentimenti e le emozioni prendono carnalità, sono realisticamente pure, intense e assolute nella loro cruda realtà umana.

Il colore è bello s’impone, è invasivo, toglie spazio all’immaginazione, primeggia in modo egocentrico, quasi ossessivo. Il colore è soggetto e oggetto nello stesso tempo, ha un impatto cruento, attira l’attenzione esclude il resto.

Credo che il bianco  e nero ti chiede di imparare a vedere, a non fermarti in superficie, ti sussurra il vedere nel profondo. La fotografia diviene un vedere oltre un vedere completo, ti induce ad avere uno sguardo proprio sul mondo, peculiare, personalissimo, nel leggere la realtà, un vivere la sua essenzialità.

Un Grande Grazie

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Quanta tristezza e  commozione nell’apprendere che te ne sei andato in punta di piedi.La tua musica unicamente raffinata, delicata, rigorosa, ha accompagnato lo scorrere della mia vita. Quanta gioia nel seguire dal vivo i tuoi concerti, ho imparato ad amare e conoscere la musica classica anno dopo anno, Ferrara, Torino, Bologna. Ogni volta tornavo a casa con gocce rare d’intensa emozione.

Grazie per la tua musica, per la tua grande umanità 

David Oistrach

David Oistrach (1908-1974)

Già alle prime note il suo suono preciso, ambrato, corposo, pulito ma elegante ti apre mente e cuore portandoti tra molteplici meandri di interpretazioni di una eloquenza espressiva senza eguali.

Nato a Odessa nel 1908, David Ojstrach  inizia giovanissimo lo studio del violino con Petr Stoljarskij che sarà il suo unico e amatissimo maestro. Si diploma  nel 1926 presso il Conservatorio di Odessa in violino e viola. A differenza di altri violinisti la sua non fu storia di un bambino prodigio, ma costruì la propria personalità e fama di grande interprete lentamente con un costante processo di studio e lavoro.

Nel 1934 viene nominato professore al Conservatorio di Mosca, inizia così una lunga e amata carriera di insegnante. Maestro esigentissimo, rigoroso ma tutt’altro che dogmatico.

Più tardi divenne direttore d’orchestra e si dedicò anche alla direzione con buoni risultati artistici.

Nel 1937 si aggiudicò il prestigioso concorso internazionale “Ysaye” di Bruxelles e questo riconoscimento contribuì a farlo conoscere in occidente.

Dopo la guerra intraprese trionfali tournèes  e nel 1955  a New York assistettero ad un suo concerto un gruppo di artisti  gratificanti ma anche terribili per un violista: Fritz Kreisler, Zino Francescatti, Misha Elman, Joseph Szigeti, Isaac Stern, William Primrose, Pierre Monteaux, Nathan Milstein e alla fine del concerto quando F. Kreisler si complimentò con lui, per Oistrach ebbe il valore della definitiva consacrazione e dell’appartenenza al gotha dei grandi violinisti.

Molti compositori scrissero musica per le sue interpretazioni: Miaskowskij, Khacaturian, Rakov, Vainberg, e Sostakovic gli dedicò due concerti e una sonata per violino.

Il 24 ottobre 1974 mentre si trovava ad Amsterdam per un ciclo di concerti dedicati a Brahms venne colpito da un infarto che ne causò la morte.

Il suo stile: raccolto, di grande sensibilità, intelligenza esecutiva e umanità, capace di rendere l’espressione artistica dell’autore la più efficace e  profonda possibile.

Per la sua profonda umanità, modestia, onestà intellettuale, per il suo impegno verso la musica contemporanea, fu senz’altro un punto di riferimento per tutti i maggiori interpreti del novecento.

Pose le sue immense e naturali capacità al servizio della musica e delle ragioni del compositore domando la tecnica eccelsa e il virtuosismo all’espressione artistica voluta dall’autore.

La sua impeccabile padronanza tecnica non mirava a sbalordire il pubblico, ma al contrario tendeva a minimizzare lo sforzo per far emergere i valori autentici della musica.

Un poeta del jazz

Michel Petrucciani

Poche note e già la musica scorre nelle vene, dita che scivolano e percuotono i tasti, il suono che ti entra dentro è di rara e autentica bellezza, sonorità di geniale nitidezza, ecco la musica di Michel Petrucciani. Artista francese di origini italiane, morto a soli 36 anni. Ha lasciato un’ impronta profonda nel jazz contemporaneo, sonorità forti ancorate ad una tradizione melodica.

Fraseggio, tocco limpido, senso del ritmo, fluidità e sensibilità armonica, basta ascoltare qualche suo assolo di piano  per apprezzare la sensibilità e la bellezza della solitudine del suono. A volte il suo pianismo diviene a tratti secco, quasi percussivo, un furore dionisiaco, che travalica la melodia regalandoci colore timbrico, intrecci polifonici, un vero poeta del jazz.

Leonid Kogan l’anima del violino

Leonid Kogan

La musica del suo suonare ha l’anima del silenzio che si colora, piano, pianissimo si spegne , tutto s’ammutolisce, d’istinto di nuovo s’infiamma, suona il violino, la sua scala, gli accordi risuonano nelle vene, pacato respira il ritmo del sangue, finché il tocco sublime diviene poesia, un soffio di luce, nella volta celeste, così senza freni, t’abbandoni nell’eco del suo meraviglioso canto.

Nel mio lento pellegrinare alla ricerca di esecuzioni  particolari, lontane dalla spettacolarità attuale, capaci di comunicare l’essenzialità della musica, la sua profonda e umana tensione, non posso che fermarmi su questo eccezionale violinista : Leonid  Kogan

Leonid Kogan (1924 – 1982) è stato con Oistrakh il più grande violinista dell’URSS , dotato di perfezione tecnica irragiungibile, rigore interpretativo, capace di un suono pulito a volte davvero sublime, suonò in un celebre trio accanto a M. Rostropovich e E. Gilels, e spesso come solista in diverse occasione in Europa e in America.

Indimenticabili alcune sue esecuzioni: concerti per violino di Mozart, Grieg, Beethoven, Tchaikosky, Franck, Barber, khachaturian.

Nelle pubblicazioni della Historic Russian Archives si possono trovare alcune perle delle sue esecuzioni.