Tubano le ombre

Edgar Degas – Il Balletto

Tubano le ombre

pigiate tra nebbie,

carnosa la brama

nella tana di seta,

dolci mani

lisciano il corpo,

sorriso impiccato

dalle voglie.

Ti baciai

strozzandomi la pelle.

 

Mare di donna

lascia che Poseidone

ti naufraghi

la coscienza.

Mi piace vederti

risalendo le gambe,

pizzico la nuvola

sorride il sole,

l’ultimo gemito

poi il sapore

di melagrana.

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I silenzi d’autunno

E. Delacroix – Donna con pappagallo (1827)

Ormai spoglio il giardino,

il gelso superbo

screzia di giallo.

Sbircio l’orizzonte,

 là, il sole suicida

dietro i monti.

Navigante in cerca dell’Orsa,

Terra mia, tenera e leggera

guardami “Vaso di Pandora”

asprigna sanguina l’anima.

Tutto ti avrei detto,

solo ne fossi stato capace.

Vulnerabile,

il dentro trafitto

come fuoco nei granai,

brucio ossimori delicati.

La brina del tuo corpo

dà sapore

ai silenzi d’autunno

Come la dea greca

Balthus (1908 – 2001)

Come la dea greca mi dicesti

– Più tardi – negandoti

sapevi parlare ai mortali.

Tu, tra gemme e profumi,

spumavi d’amore

come onda di mare.

Simile a Afrodite attendevi,

so che, come Efesto

avresti voluto che mi buttassi

dal dirupo d’ira ceco di gelosia

per il tuo prediletto Ares.

 

Tremò la madre terra

l’eco rabbioso del mare

giunse a noi.

Avresti voluto che

mi perdessi tra i vortici

di Scilla e Cariddi, disperandomi

come ogni innocente intruso.

Ma ragione non mi mancò,

il sole arrestò il carro celeste,

rallentando il crepuscolo.

Immobili furono

le mani e la mente,

il mio muto silenzio fu colmo,

timidamente la luna sorrise,

caddero i confini dell’amore,

un vento acerbo sollevò i veli,

tu maliziosa lasciasti che il corpo

avvincesse l’anima,

così arse il falò della vita.

Germoglia il glicine

Nude – Pierre Bonnard (1867-1947)

Il corpo nudo,

legata da brame

battuta da Zefiro

mordi angoli di pelle

germoglia il glicine

tra cirri d’amore

Scorre la seta

nell’intarsio della vita

Tenera Galatea

Eros ingordo

mantice perverso

con il sapore

tra le dita,

d’istinto mi sazi

 

Artigliato dalla Fenice

 sete di fonte

tra i fianchi

Un timido bacio

Tu odi e ami

un tormento

Mi cibai

Pierre Bonnard  1867 – 1947

Ho visto il tempo

morire

nei tuoi occhi assenti.

Acqua e sale

rodevano dentro,

scarnita l’anima,

tra le lenzuola

mozzato il fiato,

mi cibai

d’immoralità.

Cipride mia, sciogliesti

i vigneti della ragione

con callipigie forme

nel digiuno della notte.

Dioniso s’accoccolò

sui seni di Arianna.

Un fuoco sottile

lisciò il ventre,

l’equivoco crebbe

tra labbra rosee,

il bisbiglio tuo

fu lieve tonfo

nel bosco di mele


Tra Luna e Pleiadi

Nascosta a ritroso

tra Luna e Pleiadi

alta è la notte.

Non dormo, t’aspetto,

annichilita l’anima

mi stringo a te.

Oh ! Selene

dalle vesti fluide,

zagara di passioni,

spremo la rosea baca,

vestita di nulla

anneghi

tra carne e brame.

Angelo infernale,

mordi l’uva spina

a occhi chiusi,

tra gli anelli del tempo

 Alfeo rincorre Aretusa,

l’ultimo tuo bacio

sulle mie labbra timide.

Cercami, io sarò.

Quasi assassinato

Vagabondo smarrito

tra rupi d’angoscia

cerco il sole,

senza argini dentro

quasi assassinato

dal tempo.

Cigolano i cardini

della mente.

La luna m’ irride

annegandomi pensieri,

barcollano le ciglia

di grandi occhi muti

inginocchiati al silenzio.

 

Oltre l’inferno dei tradimenti

inchiodato al suicidio per gioco

dall’assurdo della vita

illuso dalla follia

scavo nelle stagioni dell’età.

Tu, libera nell’assoluto,

Cipride mia,

nata da spuma d’onda,

Paride ti scelse

tra invidie d’Olimpo,

non avevi pari.

Nuda e callipigia,

calasti le caste vesti,

nel bianco lenzuolo

m’attorcigliasti come glicine.

Baciai la tua carne,

i tuoi fianchi narcisi

bruciarono la notte,

a salvarci poi venne l’aurora.