Sogni infranti

Oggi il cielo

è azzurro,

ma il grigio ha peso.

In strada

volti smorti

senza sorriso.

I bimbi non giocano

come un tempo,

i fiori sbocciano

una malata primavera.

Sentimenti deformati,

affetti sofferti,

pensieri sbagliati.

Tante, tante promesse,

parole vuote

in bicchieri senza fondo,

nemmeno la Pasqua

è la stessa.

Fiori di melo

Lo avverto già nell’alba fattasi giorno, c’è luce, una brezza leggera di aria pulita.

Guardo il lago, parla con voce tremula d’onda, una barca solitaria fluttua a riva, uno sciabordio fresco di emozioni. Lontano all’orizzonte, il tempo sembra svanire.

A due passi, alberi da frutto, le gemme si aprono in fiori, stupendo il vecchio melo con i petali dei suoi  fiori ancora chiusi, hanno guance rosee di colore.

Appoggiata  al melo mi sembra di scorgerti, bisbigli parole con le mani sollevi rami sottili, io in te cerco la poesia di un fiore.

Vorrei darti una carezza leggera, delicata come i petali di un fiore di melo, come fanno gli innamorati quando si donano baci.

Equilibrio precario

Ho parlato con i cocci, non sono pazzo, ma è come se lo fossi, la pazzia in questi tempi è molto più diffusa e accettata di una volta, pur di sentirsi vivi si accetta pure la follia. A volte ho parlato con la luna, un’intimità sconosciuta, un dolce delirare, stavolta ho parlato con le pietre. A due passi dal lago, dove l’onda accarezza la terra, dove i ciottoli sono lavati e asciugati continuamente, ho trovato la gioia di parlare, di confidarmi con qualcosa di inanimato, si qualcosa voglioso di ascoltarmi, con tempo da dedicarmi. Tutti hanno storie da raccontare, triste e allegre, ragionevoli o insensate, alcune sembrano vere follie altre solo un pò bislacche. La mia è una storia semplice, di consapevole costrizione, di condiviso impedimento a vivere il normale. Difficile scernere il normale da quello che non lo è, ognuno vive e agisce come crede, in cuor suo si sente sicuro.  

Ho raccontato con parole modeste, prive di enfasi, forse anche inutili, ma sincere, con tono lineare e forse i sassi hanno capito tutto questo. Errori e spavalderie della vita, orgogli consumati, certezze svanite, speranze allontanate, gioie vissute, tutto è uscito con voce sicura, una verve quasi impulsiva, ho riempito lo spazio e il tempo, ecco mi son detto un nuovo passatempo. Solitamente le parole dette, in intima riflessione, si lasciano al vento, si affidano agli dei e poi come aquiloni volano via, si sciolgono in cielo, questa volta invece sono rimaste lì tra le pietre levigate e arrotondate, aguzze o piatte. La loro risposta è stato duro silenzio, ne sono sicuro, non era altro che consenso. Si vive un lungo momento asociale, si calpestano gli affetti, si lacerano i rapporti umani, si confonde e incattivisce la gente, e la follia, la follia è un equilibrio precario che può darci l’illusione di guardare avanti.

Il giacinto del pensiero

Ho aperto l’arsenale della memoria, sono evasi pensieri leggeri, tra nebbie e amnesie mentali scorgo epifanie visionarie. Chiudo l’uscio e la voce torna roca, lento è il dispiegarsi delle verità, tra sfumature si dissolve l’alveare dei sogni. Ho bisogno di spazi liberi per far evaporare l’irrazionale.
Disegno con tratto forte il silenzio, incagliato nel vuoto vedo fiorire il giacinto del pensiero.
Confinato nel corpo, senza ritrosia accetto sussurri d’affetto, baci e carezze vibrano, freme  e ride il lago, perfino l’aria ha occhi felici. Nell’incerto destino ho bisogno di cielo, di giochi liberi, di limiti valicati, è un controsenso, ma ha contorni profondi.

Ermetica e complicata

Seduta vicino al finestrino, lo sguardo in fuga oltre il vetro, corre il treno, già fuori città. La campagna infreddolita coperta di brina dà un senso di quiete, una piacevole sensazione di tempi passati. Tra ombre e ritagli di paesaggi , Laura pensa a sé, passato e presente, attimi accesi che si dileguano subito, cambiano i pensieri. Lei stessa, ermetica e complicata, attirata da ritmi vuoti che rovistano dentro al fardello di ansie e preoccupazioni. La fretta lasciata ai margini, le case, i quartieri, le auto in fila, i sapori della sera, tutto mischiato in una cantilena che consuma il dentro.

Vecchio è il mestiere del tempo, il viaggiare della mente, Laura lo sa, una banale sfrontatezza, un biglietto non timbrato, un intoppo non previsto. Quella pulsione interiore non ha fretta, uscire da un gheriglio velenoso, riprendere aria pulita, basterebbe gettare gli errori, secernere il giusto dall’errato, ritrovare i confini smarriti. Nel velo della sera, riconciliarsi con se stessi, trovare le parole, le convinzioni risvegliate dal sonno, sussurrarle alle orecchie della strada come atto di confidenza. Viaggiare in treno a volte è risciacquare e capire con calma la propria esistenza. La poesia è come la vita è ermetica fin che non le dai un significato.  

Un incanto che sa di rosa

Nel mio girovagare di pensieri, c’è qualcosa di sospeso, di leggero e fuggevole, un incanto che sa di rosa. Negli spazi remoti e bianchi ho tenuto frammenti essenziali, piccoli baluardi del nostro stare insieme. Difficile sedersi accanto alla tua bellezza, seguirne i raffinati gesti, la semplicità vellutata, carpirne senza invadenza la sensibilità, la sobrietà. Perfino la parola sussurrata è inadeguata, solo la voce muta del silenzio ne esalta l’eleganza, l’armonia. Il tuo pensare, attuale, deciso, lineare nel suo acume mi attorciglia. Lì tra i vigneti della tua mente, tra i tralci solidi del nostro vivere raccogliamo frutti. Tra le tue zolle solcate d’affetto, continuo naufragare, vacilla il cielo delle mie certezze, amo la voce rauca del lago, l’urlo dell’acqua in onda, rovisto lo scrigno segreto della coscienza. I tuoi occhi notturni m’invadono, la fragranza d’aromi vestiti d’inverno mi dà riverbero che spuma grappoli d’acqua pura. Io e te uniti accolti da un velo di tenerezza. Fuori  all’orizzonte scivola la luce, tra i vicoli si sciolgono i giochi di gelo della notte, i tuoi baci rasserenano l’alba, labbra dischiuse parlano al giorno, sento il tuo muto amore, riconosco un pigolio irresistibile, lo so tra le lenzuola innocenti m’annegherai di nuovo

Una sera

E’ una sera come tante altre, una tenue luce s’inchina al velo leggero dell’imbrunire, l’aria è fredda, la voce del lago sfinita, in lontananza le colline coperte di neve già dormono. Qui dietro i vetri col tepore che rinsaldano le ossa, tra luci e ombre aspetto, risciacquo la mente, sfilo le promesse, svuoto la memoria sul terrazzo del passato dove odo il fruscio di seta dei tuoi baci.

Oltre la riva, una barca ondeggia, capricciosa come il mio orgoglio, è un sogno, un aquilone spinto dalla brezza, un volo senza meta, sei tu l’aria pulita e pura che mi dà sete di fragilità.

Cerco la tenerezza delle tue labbra, le lievi rughe dei tuoi sorrisi, tra i germogli del tuo corpo cerco l’eco del cadere di un petalo, sei il colore della vita. La tenerezza tra le tue braccia, sentirti e non vederti, appari e riappari, tra raggi obliqui fuggi e ritorni, un viaggio tribolato che non finisce mai, t’aspetto tra vele ammainate, guardo il tuo profilo e subito ragiono e sragiono.

Stasera avrei voluto averti qui, per sentirti respirare, per giocare con le mani sulla tua pelle, ma lo so non è il tuo corpo e neppure i tuoi fianchi, ne i tuoi occhi, ne i tuoi baci che cerco. E’quel tuo sorriso istintivo, sfacciato, stupendo, che maledettamente mi acceca e mi annega nello stesso tempo, solo allora strozzo la mia inquietudine.

Un bollente caffè

Nonostante tutto, oggi c’è un pallido sole, sembra fuori luogo, stringe i pugni, ostinato scaccia la sottile foschia, è l’anima della vita, bello il suo respirare. C’è di che sorridere, la vita è una raffinata lotta a non perdersi, servono radici forti, profonde e rami flessibili per superare beffarde folate di vento. Attraverso vetri puliti si intravvede l’orizzonte smarrito, in piena luce appare ampio e terso; il tutt’attorno, colline e lago, parla senza filtri, nel puro mutismo ci cattura con colori sfumati e echi vicini. Il futuro e il passato si rincorrono, si tradiscono e si baciano, lasciano il gusto nel presente, un punto liberatorio, un vivere il proprio tempo in compagnia della vita.

Campi di dolcezza spogliata, pigiata la tenue luce, evaporata la brina, lo stagno accarezza la terra, occhi increduli guardano nel cielo giravolte d’uccelli. Con le dita tra i tuoi capelli, brucio la memoria e zampillo pensieri. Ieri alzavi la voce quasi concimassi i campi, oggi acqua di fonte del sapere mi dici che nel sogno voli senza paure. Mi fido di te, dell’odore delle tue mani, del sapore delle tue labbra, delle tue promesse scombinate. Sei trasparente, nuda nel tuo andare vestita, sei un libro aperto alquanto loquace. Dolce e amara come un bollente caffè. 

La Leggerezza


“ Prendete la vita con leggerezza, ché  leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”
In questa frase di Calvino contenuta nel primo capitolo delle “ Lezioni Americane” c’è un sunto di filosofia e saggezza. “ Una leggerezza pensosa” che non è mai frivolezza, anzi mantiene uno stato arioso nei pensieri, è concretezza, ci porta a sorvolare su tutto ciò che è pesante e opaco, l’inutile, la confusione, il superfluo. La lucidità, la vivacità dell’intelligenza sfuggono dall’ostacolo della pesantezza, dell’inconsistenza.
Dinanzi alla quotidianità che viviamo, alla pesantezza, allo stress, alle paure, pensiamo all’eleganza della leggerezza, la sola capace di liberarci dai macini della mente e del cuore.  

Oltre i vetri

Oltre i vetri, oggi il sole dà respiro, graffia la calma del lago, l’onda non ha fine. I campi invecchiati dalla brina invocano tepore, il fumo dai comignoli fugge in cerca d’aria.
Tu mi guardi, esito nel rubarti un altro bacio per sentire il cielo in bocca.
Qui nel letto rileggo il tempo dei sogni, il tuo viso, i tuoi occhi, tutto mi mette febbre nelle vene. Il tuo corpo mi dà sete, mi divora, desiderio e brama fendono la mente, odo il suono muto della seduzione. Mi lascio travolgere abbracciandoti, nel giaciglio innocente mi accogli, ho il sapore del gheriglio tra le labbra. La luce filtra si posa sulla tua pelle, attorno l’elogio del silenzio, io timoroso muovo le dita, solco i tuoi fianchi, inciampo nella tenerezza delle tue rughe.
Fuori un’isola di freddo, a letto una primavera fuori stagione. Il tuo sguardo dolce mi interroga, dentro l’animo strappato mi trascina nei tuoi tranelli, la passione, tutto si mischia in questo viaggio. Improvvisiamo d’istinto, come assediati ci abbandoniamo l’uno all’altro. Con la mano cerco tenerezza, ti accarezzo il viso, vorrei parlarti come mai ho fatto, la voce inciampa, solo un’eco muta rimbalza. E’ mattino e l’odore dei corpi inganna i sensi, sdraiato accanto a te ascolto i tuoi sentimenti, disarmato, mi frughi dentro, poi ti alzi mi prepari un caffè, non c’è gusto e gesto più bello che mi porti a te.

Crediamo…

Crediamo di interpretare ogni azione, ogni sentimento, di vedere e conoscere molte cose del mondo. Poi un “ mal bianco” una pandemia simile al caso narrato in Cecità” di Saramago o nella “La Peste” di Camus, ci fa scoprire l’ipocrisia del potere, l’abbrutimento dell’agire umano, il ricatto e infine l’indifferenza la peggiore di tutto. E’ il paradosso di un mondo che vede lo scadimento di ogni etica e la mancanza di qualsiasi ontologia.

Emozioni d’autunno

Seduta a due passi dal lago, davanti agli occhi l’ondeggiar lento dell’acqua spenta. Il lago è mutato, accoglie colori sciolti, il sole pudico e indeciso ha sfumature ambrate, tra lunghi silenzi sonnecchiano le colline, il tempo si perde tra il rumore dei pensieri, dentro il colmo è vuoto.

Un’impressione tacita, quasi matura, si era presentata, quasi un sogno ermetico e solitario, un ossimoro approssimativo indispensabile per non deragliare. La vita stanca di ostinarsi, i sentimenti, una ragnatela che ha il tepore di una mano. Immersa nell’universo dei cechi, in cerca di un pallido sole avvertiva un’infinita malinconia, un delicato e delizioso incedere di musica. L’Adagietto di Malher  senza parole, solo archi e  arpeggi d’arpa. Istanti intensi di grazia, un raffinato e sobrio raccoglimento d’oblio, un trasudare amore verso le vicissitudini della vita.

Fugati i melanconici pensieri, ancora la forza del vivere spegne le angosce e le paure, assottiglia lo smarrimento, ritrova i valori di una meditazione sensibile e distensiva.

Ora sorride il lago, l’acqua gioca con i riflessi, qualche foglia morta galleggia e scorre sull’onda sognando di essere una nuova arca.