rami nudi

rami nudi
rami nudi

Il bianco e nero nel suo divenire è delicato. I grigi, i chiaroscuri, le ombre, il degradare della luce sono eleganza e bellezza. I rami nudi sono come le parole di una poesia parlano con voce garbata, calda, intima. Un insieme di un preludio alla metamorfosi, il cercare, il narrare, il preparare, il fotografare tutto è l’immagine di un’idea.

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La finestra dell’estate

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Lo avverti nell’aria, perfino nelle vene, non è un giorno come gli altri, pieno di sole, di luce e caldo, è istintivo, stanco d’arsura in cerca di aria pura, è il solstizio d’estate. Nel rossore del tramonto c’è la stanchezza dei campi. Sento la voce del grano, l’odore della pula, la quiete dei silenzi d’ombra. Le labbra di rugiada baciano spighe piegate all’alba. Pigri papaveri giocano con rarissimi fiordalisi. La mia estate ha le rughe del tempo, ma ogni anno il solstizio ha l’urlo del corpo. Guardo il lago, calmo e ozioso, nella sera pago di riflessi respira l’odore del fieno, una farfalla notturna si tormenta con voli senza meta, ali stanche che si perdono nel primo buio. Ascolto le parole dell’estate, i corpi scoprono la nudità e il giorno che scompare ha il sapore della terra. Sogni e favole di breve durata, esili come la giovinezza di anni lontani.

I due olmi

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Camminavo lungo il viottolo del lago, a pochi passi lei mi aspettava seduta su di una panchina del parco, leggeva un libro all’ombra di due olmi. Con leggerezza mi sedetti accanto, uno squarcio di lago ci faceva compagnia.

Seduto lì a fianco col silenzio che frugava nelle tasche della mente, ricamavo sogni e desideri in cerca di luce, più la guardavo e più i sapori dell’istinto forzavano la pelle.

I suoi gesti lenti, il suo leggere assorto, il suo modo di voltare le pagine con le dita, quanta eleganza nella sua gestualità, ecco tutto di lei mi prendeva. Conosciuta solo qualche settimana prima, eppure mi attraeva, orgogliosamente mi ostinavo di negare a me stesso che già l’amavo.

Avevo già letto anch’io quelle stupende pagine delle “Elegie duinesi”- … getta dalle tue braccia il vuoto e accresci gli spazi che respiriamo; sentiranno forse gli uccelli l’aria ampliata in più intimo volo – Un lamento esistenziale sull’inattendibilità dei sentimenti e sulle emozioni che solo l’arte può darti per superare la caducità dell’esistenza umana.

Ad un tratto l’abbracciai e con tenerezza le rubai un innocente bacio, quelle labbra morbide, appena schiuse, mi parlarono subito al cuore. Mi nascosi nei suoi occhi profondi, quanto mi consolava rifugiarmi in quegli angoli colmi di passioni, desideri e paure.

Poi lentamente gli accarezzai il viso, nacque improvviso un sorriso come uno zampillo. Lei arrossì, quanta delicatezza, quasi Venere nella conchiglia e io confuso da tale innocente rossore capii in quell’ora di tardo pomeriggio che quello era il fiore della mia vita.

Tutto era mutato in breve tempo dentro di noi, nel silenzio sentimmo un canto profondo a cui non potemmo resistere. Era la bellezza di una parola muta pensata e mai detta, era la tenerezza di un bacio rubato divenuto onda di vita. Era la dolcezza e la gioia intima di saper condividere un profondo sentimento, era lo sguardo pieno di speranza sul futuro.

L’acqua bacia la terra

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L’acqua è tutt’attorno, ascolto i delicati sciabordii, il lago sussurra emozioni, vecchie sensazioni quasi cadute nell’oblio. Lungo la riva l’onda muore e l’acqua bacia la terra, annegano scaglie di riflessi come schegge di vetro. Sento il canto smorzato dell’acqua, guardo l’orizzonte, rilassato il tempo svanisce. Il lago si racconta, calmo sotto il sole, crespo sotto il vento, con riflessi allegri o grigi parla, poche sillabe dal significato profondo.

Amica mia, proprio qui tra acqua e cielo quante volte ti ho incontrata, attimi come passi lievi, giochi di vita e le nostre voci si confondevano con il rumore delle onde.

Sorridevi con malizia, a volte tra le mani tenevi un libro, io guardavo i tuoi occhi allegri, pieni di sole anche nelle nebbie di novembre, il tuo viso pieno di luce, i tuoi gesti armoniosi, eri sobria nel vestire e invitante, quando mi salutavi e correvi via io pensavo a tante cose, avevo parole mute, un groppo in gola trattenuto da far male. A volte sotto l’ombrello soli noi due, parlavamo delle ore come se nulla ci importasse se non svuotarsi l’animo tra i solchi leggeri dei sorrisi e poi scappavi con la fretta di chi avrebbe voluto ancora fermarsi.

Il vento, il cielo, il lago, il lungo sentiero, il tempo passato, tu e il tuo incedere, ora che ci penso non ti ho mai baciata con tanta dolcezza come il lago bacia la terra.

La finestra

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L’alba elide la notte, odo il silenzio e i tuoi occhi ancora chiusi già mi parlano. La voce degli alberi, il fruscio forzato dal vento giocano con il tuo respiro.
Dalla finestra aperta l’aria ha il sapore di parole schiette mai dette, gesti voluti e lasciati, la prima tenera luce aleggia come un aquilone, onde di pensieri si sfaldano sugli scogli del quotidiano. Tu dormi ancora, lì tra lenzuola, il tuo corpo è eufonia.
Ascolto l’andar del tempo, sono sempre io, con parole mute ti parlo delle mie irrequietezze, della follia colorata che mi abita. La terra umida di rugiada a quest’ora del giorno è già nuda, sento il lago sbattere a riva e il tuo corpo non più tanto giovane inventa giorno dopo giorno gli angoli della vita.
Volevo dirti… tante cose, poi con gli occhi insonni ho di nuovo taciuto, ti guardo ancora, ti rubo un ultimo delizioso bacio e corro tra gli artigli del giorno

L’Araba Fenice

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Il falò dei pensieri divampò e nel bagliore della ragione tu venisti a cercarmi. Una voce lieve, conosciuta, mi sentii chiamare.

Dai rami spogli della vita raccolsi parole mute. Solo e ostinato anch’io ti cercai. Cerchi d’ansia fermi nel silenzio, i miei occhi bruciarono di febbre, affamato dentro, l’amore mi divorò.

Navigai nel tuo cielo, aquilone senza vento, caddi tra labbra desnude. Fosti zeffiro, burrasca, fosti tenera e leggera come l’aria che respirai.

Nascosi la pena nel muschio dei sentimenti, ti guardai ancora e mi portasti lontano lungo l’orizzonte, baciai terra e mare, annegai incosciente nel cesto dei tuoi sogni, nell’acqua infinita dei tuoi fianchi. Cercai il canto del tuo cuore e mi cibai dell’aurora dei tuoi occhi, già era l’anno nuovo, fu in quell’attimo che dalle bianche lenzuola la giovane Fenice prese il volo. 

Quel suo parlarmi

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Tra nebbie autunnali, l’aratro del tempo solca il campo della vita, tra pieghe e rughe scorre il vivere. Nel cielo velato in cerca di sole dorme la quiete, da rami ormai spogli cadono le ultime foglie, fragili e delicate, come tenere parole d’amore, dolce la solitudine di nidi vuoti. Lontano l’orizzonte gioca con le sagome delle colline, quasi inginocchiato ai loro piedi il lago ascolta la poesia delle sue onde. La voce dell’autunno lenta scorre tra i filari disadorni di vigne, accarezza le sterpaglie uccise dalla brina nei campi. Persefone ci ha lasciati, ora dorme la terra e il lago sembra assopirsi. Il lago, il lago è la mia vita, con i suoi silenzi, i suoi colori, le sue ombre, i suoi riflessi, riempie i miei vuoti di solitudine quasi un rito che mi accompagna giorno dopo giorno. Sento la sua dolcezza, la sua calma, la sua poesia, lo sbatter leggero delle sue onde, non so stare senza ascoltare quel suo parlarmi intimo da amico.