Il sapore del caffè *

Un dardo malandrino di luce filtra tra le gelosie, traccia un solco tagliando l’aria della stanza, l’intenso aroma di caffè scuote dentro, sullo scoglio di un cuscino ascolto l’eco della tua voce, quante carezze di lago, lascia che il libero vento della dita giochi a nascondino con i tuoi capelli.
Il tuo profumo m’inghiotte la mente, scivolo sulla timida pelle che dà brividi e quei fianchi nella penombra sono un incanto, lì tra le lenzuola con il corpo avido di baci, sei bella come un caffè.
Cullati dal silenzio al ritmo del lago, con il sapore di carne tra le labbra, guaiscono i pensieri. Ti spogli, lentamente ti lasci spogliare, cadono i pochi indumenti, i miei occhi seguono le tue forme è l’aurora e la vita si bagna e brucia. 
La mente spaccata dal fuoco ulula e i corpi accesi schiumano sapore forte di caffè. 
Sapere che mi ami mi dà una solida forza.

 

Cantico Antico *

Louise Dahl-Wolfe  – Lauren Bacall 1943

Un cantico antico 
solca i cieli del tuo viso, 
irrequieta come l’acqua 
non mi ascolti. 
Mi piace il tuo silenzio lontano 
la voce soffusa che scava 
tra i sassi dell’anima, 
i sogni che tubano 
la malinconia della vita, 
l’abbozzo di sorriso  
sulla bocca del mattino. 
Mi piaci perfida e gelosa 
quando imprechi ombre d’odio 
con occhi sgranati quasi dannati. 
Disarmata tra foglie di baci 
hai dolcezza nei fianchi, 
nel fiume delle tue forme 
Ovidio mi ci ha messo 
ora sto annegando. 
Amo la donna che mi vuol 
con sé fino alla foce.

Temo*

Temo
la luce obliqua senza forza
il buio riottoso del pregiudizio
il sorriso del perbenismo eloquente
temo
la ricchezza ostentata senza dignità
l’ipocrisia veleno della ragione
le certezze del moralismo
temo
le stanche caviglie dell’ingiustizia
i muri eretti dalla storia
l’irruenza del falso progresso
temo
l’uomo e il suo egoismo vorace
il fragile incanto dei narcisisti
l’intelligenza ottusa dei supponenti
… annegherò tra flutti di dubbi
in cerca di un’alba d’etica.

Come la dea greca*

Adone e Venere – Antonio Canova 1794

Come la dea greca mi dicesti:
– Più tardi – negandoti
sapevi parlare ai mortali.
Tu, tra gemme e profumi,
spumavi d’amore
come onda di mare.
Simile a Afrodite attendevi,
so che, come Efesto
avresti voluto che mi buttassi
dal dirupo d’ira cieco di gelosia
per il tuo prediletto Ares. 

Tremò la madre terra
l’eco rabbioso del mare
giunse a noi.
Avresti voluto che
mi perdessi tra i vortici
di Scilla e Cariddi, disperandomi
come ogni innocente intruso.
Ma ragione non mi mancò,
il sole arrestò il carro celeste,
rallentando il crepuscolo.

Immobili furono
le mani e la mente,
il mio muto silenzio fu colmo,
timidamente la luna sorrise,
caddero i confini dell’amore,
un vento acerbo sollevò i veli,
tu maliziosa lasciasti che il corpo
avvincesse l’anima,
così arse il falò della vita.

Maledetto quel …*

Edward Cucuel (1875-1954)

Maledetto quel giorno
tu scivolasti via 
mi dicesti lui mi ama.
Ti negasti e il mio
orgoglio mi frantumò.
Vissi su scogli di luce nera,
come Giasone a Medea
non seppi dare certezze,
ti amai davvero terra mia.
Gelosa sei morta di gelosia,
duro è l’abbandono a Nasso
isola arida e infingarda
come in Arianna con Teseo
forte è la tristezza.
T’invaghì tanto pure Dionisio
atroce fu l’inganno,
di nuovo l’arcaica storia
l’uomo tradì la donna.
Ora tu come Arianna e Medea
rapita d’abbaglio anneghi
nella marea della rivalsa.
E’ l’aria della mia anima
che cerchi compagna
di ieri, saprò ancora
amarti come allora.