Di Maio in peggio

Quando non si è all’altezza di ricoprire un incarico istituzionale si abbia almeno il coraggio di dimettersi. Di Maio invece, vanitoso fino all’inverosimile, sta distruggendo tutto ciò che la diplomazia italiana è riuscita a creare autonomamente nel passato.

Un servo, incapace di esprimere qualsiasi opinione, anche perché non supportato da cultura ed esperienze adeguate, sta mettendo in ridicolo il ruolo del nostro paese. Il suo continuo genuflettersi ai diktat Usa, ci impedisce qualsiasi miglioramento dei rapporti con Cina, Russia, causa danni grossolani alle esportazioni e all’industria italiana.

Si crede un grande diplomatico, ma è solo un servo delle decisioni altrui. Stiamo peggiorando i rapporti diplomatici con Nazioni che nulla hanno fatto all’Italia, anzi in tempi anche recenti ci hanno aiutato come Russia, Cuba, stiamo usando ritorsioni e sanzioni contro Iran, Venezuela, stiamo contribuendo a livello europeo ad allargare la presenza della Nato, dandogli un ruolo di gendarme nel mondo che non ci compete e non c’è nello Statuto Nato, ma questo è il volere Usa. Si deve e si può rimanere fedeli alla scelta atlantica, ma con una politica della distensione e del confronto diplomatico, invece siamo succubi come non mai alle scelte imperialiste e di dominio degli americani.

Sobria eleganza *

Salivi le scale, eri sul pianerottolo, io impaziente bruciavo dentro, appoggiai gli occhi sull’eleganza sobria del tuo vestito, piano m’invadevano i delicati tratti del tuo corpo, rincorsi i tuoi occhi grandi cercando il profondo, avrei voluto sdraiarmi tra i tuoi pensieri, ascoltare le tue emozioni, nessun rancore tornavi da me, io ti aspettavo.

Entrasti in casa, ti sedesti sul divano, mi chiedesti qualcosa da bere, lì tra i cuscini eri bella davvero, disciolta, un’ode, dentro pigiavo voglie. Ti baciai teneramente, le labbra dal sapore di te cantavano, che pazza poesia seguire l’istinto, un lampo, ardere al vento.

Le parole perse prive di senso, parlarono i corpi, la pelle liscia uccisa dalle dita, lentamente la passione ci annegò. Nel caldo del divano consunti dallo spasmo, gonfi d’amore, fummo solo noi stessi, null’altro che io e te. Avrei voluto addormentarmi sul morbido dei tuoi fianchi, dirti parole semplici, stringerti tra le braccia, sognare in quel pigolio di dolcezza del nostro amore.

Origliando solitudine *

Anna Ancher 1859 – 1935

Alacre agucchio

l’irriverente tua albagia.

Sul cuscino rintano

ansie di pietra, tradito

da eclissi d’umore,

fendo serrato il cielo,

cerco spazio tra i tuoi

sbadigli di sole. 

Cupa,

la maschera del nulla

risuona, è la sua eco

che mi percuote.

Bevo il vuoto, annego

origliando solitudine.

Separato da me stesso,

sciocco graffio il buio,

naufrago d’amore.

Come la dea greca *

Adone e Venere

Come la dea greca mi dicesti
– Più tardi – negandoti
sapevi parlare ai mortali.
Tu, tra gemme e profumi,
spumavi d’amore
come onda di mare.
Simile a Afrodite attendevi,
so che, come Efesto
avresti voluto che mi buttassi
dal dirupo d’ira ceco di gelosia
per il tuo prediletto Ares. 

Tremò la madre terra
l’eco rabbioso del mare
giunse a noi.
Avresti voluto che
mi perdessi tra i vortici
di Scilla e Cariddi, disperandomi
come ogni innocente intruso.
Ma ragione non mi mancò,
il sole arrestò il carro celeste,
rallentando il crepuscolo.
Immobili furono
le mani e la mente,
il mio muto silenzio fu colmo,
timidamente la luna sorrise,
caddero i confini dell’amore,
un vento acerbo sollevò i veli,
tu maliziosa lasciasti che il corpo
avvincesse l’anima,
così arse il falò della vita.

L’eleganza dei gesti *

Berthe Morisot 1841-1895

Tra i sapori dell’istinto 

le vene forzavano la pelle 

e tu mi scavavi il cuore 

Lo so dovrei ascoltarti di più 

ma quando vesti i tuoi sbagli 

io non so fermarmi 

Amo senza pensieri 

come la quiete del lago 

mi avvolgi nell’eleganza  

dei tuoi gesti e io cocciuto 

mi perdo nell’eco di tenerezza 

dei tuoi occhi

C’incontrammo *

Leggere – Fernando Scianna

C’incontrammo, là dove il lago si spegne e riprende terra,

avevo il cuore travolto, trepidava d’inquietudine quasi fosse onda,

una leggera brezza spingeva la luna ad accendere il buio.

Corsi a te come verso l’aria pulita,

in una sera semplicemente bella quanto te,

farfugliai poche ingenue parole da labbra incontrollate.

I tuoi occhi vivi, subito mi annegarono,

avevi due sottili pieghe di sorriso sul viso e i capelli pieni di luce.

Soffio di piuma profumato mi percuotesti dentro,

avvinto stracciai la quiete e senza ragione fui da te.

Fata o angelo bianco, dolce e tenera assassina eri già nelle mie vene.

Con gli spiriti già intrecciati, ci attorcigliammo come glicine,

nudi nella bufera tra i rovi della mente

fosti l’alba casta, l’orizzonte puro tra le mie mani.

Ti baciai in silenzio,

che fatica aprire il cielo, donarti l’eco dolce dell’anima,

improvviso cadde il papavero d’orgoglio,

aprii me stesso disperso tra le spighe roventi dell’amore.

Uniti e abbracciati stemmo,

il silenzio fu pendolo del tempo e noi lì,

isolati da tutti, nel giardino del sentimento, così ti amai,

così mi amasti.

Ti afferrai per viverti, accantonammo anime e corpi,

liberi e ostinati ci bruciammo nei deliri del bello.

Naturale fu, senza tempo e ragione,

dolce fragilità la mia, eterea tenerezza la tua.

Cinsi i tuoi fianchi e lasciammo che l’amore schiumasse felicità.

Sentimmo l’alba, i freschi sbadigli del lago,

il sorbo rosso dalla chioma protettiva già ancheggiava al primo chiarore,

poi partimmo e ancora siamo in viaggio…

Vorrei tanto *

Vorrei tanto che tu
mi abbracciassi qui
dove l’acqua graffia la terra,
tra vicoli stretti colmi d’ombre
tra piazze senza gente piene di silenzio
tra muri vecchi vestiti di primavera
tra piccole case svegliate dal ronzio delle onde
Vorrei tanto che tu 
mi baciassi qui tra i riflessi d’acqua
che accecano le finestre
tra luci di colline in abito da sera
tra zolle vergini dalle labbra di terra
Vorrei tanto che tu
sentissi la voce del lago
ogni briciola d’amore di questa terra
per poterci adagiare
sul guanciale della notte

Temo*

Temo
la luce obliqua senza forza
il buio riottoso del pregiudizio
il sorriso del perbenismo eloquente
temo
la ricchezza ostentata senza dignità
l’ipocrisia veleno della ragione
le certezze del moralismo
temo
le stanche caviglie dell’ingiustizia
i muri eretti dalla storia
l’irruenza del falso progresso
temo
l’uomo e il suo egoismo vorace
il fragile incanto dei narcisisti
l’intelligenza ottusa dei supponenti
… annegherò tra flutti di dubbi
in cerca di un’alba d’etica.

Come la dea greca*

Adone e Venere – Antonio Canova 1794

Come la dea greca mi dicesti:
– Più tardi – negandoti
sapevi parlare ai mortali.
Tu, tra gemme e profumi,
spumavi d’amore
come onda di mare.
Simile a Afrodite attendevi,
so che, come Efesto
avresti voluto che mi buttassi
dal dirupo d’ira cieco di gelosia
per il tuo prediletto Ares. 

Tremò la madre terra
l’eco rabbioso del mare
giunse a noi.
Avresti voluto che
mi perdessi tra i vortici
di Scilla e Cariddi, disperandomi
come ogni innocente intruso.
Ma ragione non mi mancò,
il sole arrestò il carro celeste,
rallentando il crepuscolo.

Immobili furono
le mani e la mente,
il mio muto silenzio fu colmo,
timidamente la luna sorrise,
caddero i confini dell’amore,
un vento acerbo sollevò i veli,
tu maliziosa lasciasti che il corpo
avvincesse l’anima,
così arse il falò della vita.

Maledetto quel …*

Edward Cucuel (1875-1954)

Maledetto quel giorno
tu scivolasti via 
mi dicesti lui mi ama.
Ti negasti e il mio
orgoglio mi frantumò.
Vissi su scogli di luce nera,
come Giasone a Medea
non seppi dare certezze,
ti amai davvero terra mia.
Gelosa sei morta di gelosia,
duro è l’abbandono a Nasso
isola arida e infingarda
come in Arianna con Teseo
forte è la tristezza.
T’invaghì tanto pure Dionisio
atroce fu l’inganno,
di nuovo l’arcaica storia
l’uomo tradì la donna.
Ora tu come Arianna e Medea
rapita d’abbaglio anneghi
nella marea della rivalsa.
E’ l’aria della mia anima
che cerchi compagna
di ieri, saprò ancora
amarti come allora.